Operai da dieci mesi senza soldi

Atri, prima la burocrazia lenta e ora la Iezzoni che non fa domanda di cassa integrazione all’Inps
ATRI. Senza un euro dal luglio scorso. E’ la condizione degli operai della Iezzoni, fabbrica di porte di Atri. A segnalare la situazione di estremo disagio, figlia in parte delle lunghezze burocratiche, in parte di una serie inspiegabile di errori, è Giancarlo De Sanctis, segretario della Filca Cisl.
La Santino e Bruno Iezzoni srl, sotto i colpi della crisi, è in concordato preventivo con cessione dei beni dal 24 luglio 2014. I lavoratori interessati sono 80, anche se nel frattempo una ventina è andata in mobilità e 28 sono stati riassunti da un’azienda che ha affittato il capannone. In ogni caso tutti – anche se per periodi diversi – da allora attendono la cassa integrazione straordinaria per procedura concorsuale. Il verbale di Cigs è stato sottoscritto in Provincia il 23 settembre 2014 a causa del fermo estivo, racconta De Sanctis, del tribunale di Teramo e quindi inoltrato al ministero due mesi più tardi. Il ministero ha impiegato poi sei mesi – anche se la normativa prevede 60 giorni – per decretare la Cigs, il 18 febbraio 2015. «A questo punto tutti ci tranquillizziamo: la faccenda», osserva il sindacalista, «passa all'azienda che deve preparare i modelli per il pagamento diretto, e all'Inps di Teramo che deve liquidare. Entrambi sono sul territorio, entrambi conoscono la situazione critica in cui versano i lavoratori. L'Inps dà la sua sensibile e immediata disponibilità ad accelerare la liquidazione delle pratiche non appena l'azienda le avesse presentate e l'azienda inizia tale preparazione. Qui però tutto si blocca e a tutt'oggi l'azienda, accampando mille motivi e dimostrando enorme senso di irresponsabilità nei confronti di una situazione sociale al limite, che riguarda i dipendenti che la hanno fatta diventare grande, non ha ancora concluso l'invio telematico della pratica di pagamento diretto all'Inps».
E non basta. L’azienda si è più volte dichiarata disponibile a chiedere al giudice l'autorizzazione a usare parte delle somme sul conto corrente del concordato per pagare gli arretrati ai lavoratori, tre mensilità che avrebbero dato loro respiro. «Ma abbiamo scoperto che nessuna istanza è stata presentata al giudice lasciando i soldi sul conto, piuttosto che darli ai lavoratori. Il perché di tutto questo non riusciamo a spiegarlo».
I motivi degli ultimi ritardi e delle mancate richieste, dunque, non sono chiari. Ma una cosa sì: «È incredibile pensare che per motivi formali dei lavoratori, delle famiglie possano essere ridotte alla fame. E' ancor più inconcepibile l'indifferenza di un’istituzione, peggio ancora di un'azienda, di titolari con cui questi lavoratori hanno rapporti da oltre 20 anni», conclude De Sanctis. (a.f.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

