Operaio morto, ultime arringhe La difesa dei titolari: niente prove

Chiuso il dibattimento sul caso dell’operaio di 31 anni deceduto nel piazzale della Metalferro Il pm ha chiesto 18 anni per i cinque imputati, della vicenda si è occupata la ministra Cartabia
TERAMO. Congetture, presunzioni, forzature: sono le parole scandite con fermezza in aula dalla difesa di Pasquale Di Giacinto e Luca Di Giacinto, imputati nel processo per la morte di Roberto Morelli, il camionista napoletano di 31 anni che nel 2007 venne travolto da una balla di plastica nel piazzale dell'azienda Metalferro di Castelnuovo.
Il processo, finito al centro anche delle cronache nazionali per l'interessamento della ministra Marta Cartabia che lo ha più volte preso ad esempio dei tempi lunghi della giustizia, è agli sgoccioli. Martedì ci sarà la sentenza e ieri c'è stata l'arringa degli avvocati Guglielmo Marconi ed Eugenia Marconi, difensori dei Di Giacinto imputati con altre tre persone. Il pm Stefano Giovagnoni nella sua requisitoria aveva chiesto quattro condanne e un'assoluzione. In particolare: 7 anni e 4 mesi per Pasquale Di Giacinto, amministratore unico della Metalferro (5 per omicidio colposo e 2 anni e 4 mesi per impedimento del controllo); 5 anni per omicidio colposo per Luca Di Giacinto, amministratore unico della Dg Capital Service Srl, società che all’epoca dei fatti operava all’interno dello stabilimento svolgendo attività di selezione di rifiuti speciali provenienti da raccolte differenziate; 3 anni e 4 mesi per omicidio colposo per Michele Bonaccorso, all’epoca lavoratore interinale in servizio alla Dg Capital con mansioni di carrellista e 3 anni per Leo De Santis, responsabile della sicurezza sul lavoro per conto della Metalferro, accusato del reato di false informazioni al pm. Richiesta di assoluzione per Pierluigi Angelozzi, dipendente della Dg Capital. I difensori dei Di Giacinto ieri in aula si sono avvalsi della proiezione di foto della scena della tragedia e di video di esperimenti della ricostruzione dei fatti; hanno provato a smontare pezzo per pezzo l'impianto accusatorio centrando l'arringa sull'assenza di dati certi, di riscontri oggettivi e provati. In primis circa l'esatta dinamica dell'incidente. Marconi, sempre attento nel ribadire sentimenti di rispetto per i famigliari della vittima e del loro dolore, ha parlato di una ricostruzione «non supportata da fatti ma da presunzioni: gli inquirenti non sono stati in grado di dirci quale era la fase dinamica dell'incidente». Dalle testimonianze nebulose ai riscontri dell'autopsia, Marconi ha provato a far emergere gli aspetti lacunosi dell'impianto accusatorio, definendo quelle del pm «congetture che non hanno neppure la dignità di indizi circa la ricostruzione della dinamica», chiedendo l'assoluzione per gli assistiti.
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