Palazzo Pompetti, sei imputati pagano per estinguere il reato

Sono commercianti e altri privati accusati di non aver rispettato l’ordinanza di sgombero dopo il sisma Resta aperto dopo le due consulenze tecniche il fascicolo per l’ipotesi di omissione di atti d’ufficio
TERAMO. La prima inchiesta su palazzo Pompetti si chiude con il ricorso all’oblazione. Dopo l’avviso di conclusione delle indagini con cui il pm Davide Rosati ha confermato le accuse sul mancato sgombero post terremoto sei dei dieci indagati, tra commercianti e altri privati, hanno intrapreso la strada dell’oblazione per l’estinzione del reato contestato che è quello dell’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Ovvero, sostiene la Procura, non avrebbero rispettato l’ordinanza di sgombero firmata nel 2018 dal sindaco Gianguido D’Alberto continuando a rimanere in locali dichiarati inagibili con esito E, un profilo di sostanziale gravità così definito dai tecnici della Protezione civile dopo i sopralluoghi fatti in seguito al sisma. Trattandosi di contravvenzione, il reato in esame è punibile indifferentemente a titolo di dolo o di colpa e consente l’oblazione. È ipotizzabile che anche gli altri quattro indagati, dopo la notifica dell’avviso di conclusione facciano ricorso all’oblazione.
Resta aperto l’altro fascicolo, quello senza indagati in cui la Procura ipotizza l’omissione d’atti d’ufficio. In questo caso all’esame del pm ci sono i contenuti delle due consulenze tecniche affidate agli ingegneri Enrico De Acetis e Marco Pasqualini con il compito di visionare l’abbondante documentazione sequestrata in più occasioni nei vari uffici del Comune e che riguarda il materiale dal sisma del 2009 alle ultime ordinanze di revoca dei provvedimenti di sgombero. Perché nella complessa vicenda di palazzo Pompetti, almeno dal punto di vista procedurale, si sono susseguiti vari provvedimenti. Nel settembre del 2018, infatti, per l’edificio c’era stato un’ordinanza di inagibilità, firmata dal primo cittadino dopo l’esito dei sopralluoghi dei tecnici della Protezione civile, che aveva riguardato sia gli uffici comunali ospitati nell’edificio (subito sgomberati), sia appartamenti e negozi. Ovvero i privati. Negozi e appartamenti non erano stati sgomberati con i privati che avevano sfruttato la cosiddetta "clausola di salvaguardia" approvata un anno e mezzo prima dalla precedente amministrazione: ovvero la possibilità di restare aperti avviando dei lavori di messa in sicurezza con tanto di presentazione di perizie asseverate. Norma che, nei fatti, ha poi consentito, – una volta ultimati i lavori di messa in sicurezza – la revoca delle varie ordinanze di sgombero. Una complessa vicenda, dunque, finita al centro dell’inchiesta della Procura che ora prende due strade separate. La prima, quella che riguarda commercianti e proprietari di appartamenti, si chiude con le oblazioni. Per la seconda la chiusura è prossima.(d.p.)
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