Parolisi, condanna ridotta a vent’anni

28 Maggio 2015

La Corte d’Assise d’Appello di Perugia rivede la pena per l’ex caporalmaggiore senza l’aggravante della crudeltà

TERAMO. L’epilogo non cancella le certezze di tre gradi di giudizio, ma è un calcolo spietato a mettere il sigillo all’omicidio Rea. L’ultima parola è della Corte d’Assise d’Appello di Perugia che, chiamata dalla Cassazione a rideterminare al ribasso la pena inflitta in secondo grado senza l’aggravante della crudeltà, condanna a 20 anni l’ex caporalmaggiore 37enne Salvatore Parolisi per aver ucciso la moglie Melania con 35 coltellate dopo averla lasciata agonizzante e per il vilipendio di cadavere.

Dopo una camera di consiglio di poco meno di un’ora i giudici emettono un verdetto sicuramente previsto visto che ormai da mesi, subito dopo il pronunciamento della Suprema Corte, è iniziato il balletto del ricalcolo degli anni. Non dimenticando che Parolisi si trascina dal primo grado la scelta di un rito abbreviato che prevede fino all’ultimo una riduzione di un terzo della pena. Quando intorno alle 10 il sostituto procuratore generale Giancarlo Costagliola ha concluso la sua requisitoria ha chiesto una condanna a 20 anni senzale attenuanti generiche «perchè», ha detto, «ha cercato di deviare le indagini , ha negato ogni rapporto con la ex allieva e vilipeso il cadavere per far pensare alla responsabilità di altri». Richiesta che la corte ha accolto in toto. «Non sono state concesse le attenuanti generiche e ora», ha commentato l’avvocato Nicodemo Gentile, uno dei tre legali dell’ex caporal maggiore insieme a Valter Biscotti e Federica Benguardato, «dovremo valutare per quali motivi la Corte lo abbia fatto. Attendiamo le motivazioni e faremo le nostre scelte. Sicuramente c’è la strada di Strasburgo ma ancora è presto per valutarla. C' è stata comunque la riduzione che ci aspettavamo per l'aggravante della crudeltà».

Per l'avvocato Biscotti «quello della Corte d'Assise d'Appello di Perugia è stato di fatto un calcolo obbligato. Ha infatti dovuto escludere l'aggravante che avrebbe portato la condanna all'ergastolo e quindi per la scelta del rito abbreviato la pena è passata da 30 a 20 anni. Questo processo è stato un processo sempre pieno di ombre e di dubbi che rimangono ancora. Appena lo potremo fare ricorreremo alla Corte di Strasburgo per ottenere il riconoscimento che Parolisi non ha avuto un processo giusto. Quando lo vedremo in cella gli diremo che la battaglia processuale va avanti». E Parolisi, che si è sempre dichiarato innocente, ieri è rimasto nel carcere teramano di Castrogno dove è detenuto dall’agosto del 2011. Della riduzione ha saputo dalla televisione.

Secondo la Cassazione l’ex militare ha ucciso la moglie in un impeto d'ira e le tante coltellate che le ha inferto fanno parte della «finalità omicidiaria» che si era prefisso in un momento di «rabbia» esploso in una delle ricorrenti «liti coniugali», causate dalle sue infedeltà con le reclute «e non costituiscono una circostanza aggravante».

Per i supremi giudici, così come si legge nelle motivazioni del pronunciamento dell’11 febbraio, l'uccisione di Melania è avvenuta «in termini di occasionalità (dolo d'impeto, non essendo stata mai ipotizzata la premeditazione) dovuta ad una esplosione di ira ricollegabile a un litigio tra i due coniugi, le cui ragioni fondanti si apprezzano nella conclamata infedeltà coniugale del Parolisi». Sempre secondo i giudici ermellini «le decine di coltellate inferte a Melania - da una arma bianca che non è mai stata trovata - indicano che si è trattato di un dolo d'impeto finalizzato ad uccidere, ma la mera reiterazione dei colpi (pur consistente) non può essere ritenuta sintomo di crudeltà. Non vi fu tentativo di sgozzamento e nessuna pugnalata fu mortale, Melania è morta per dissanguamento. E anche l'abbandono in stato agonizzante della moglie è condotta ricompresa nel finalismo omicidiario, non potendo assimilarsi la crudeltà all'assenza di tentativi di soccorso alla vittima».

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