Parolisi dovrà lasciare il carcere militare

La procura generale: «Via dall’Esercito». Il padre di Melania al ministro Pinotti: «È un assassino, lì sta troppo bene»
TERAMO. C’è la lettera di papà Gennaro e c’è la richiesta della procura generale alla corte d’appello di Perugia. Il dolore e la rabbia di un genitore e il tecnicismo della giustizia per chiedere che Salvatore Parolisi non sconti la pena in un carcere militare.
Dopo la sentenza definitiva a 20 anni per il caporal maggiore dell’esercito – che il 18 aprile del 2011 ha ucciso la moglie Melania Rea con 35 coltellate nel bosco di Ripe e che attualmente è recluso nel carcere militare di Santa Maria Capua a Vetere – il caso non è ancora chiuso. Il 28 settembre tornerà davanti ai giudici perchè il sostituto procuratore generale di Perugia Giancarlo Costagliola ha chiesto come pena accessoria la degradazione del militare dall’Esercito. Tra le prime conseguenze ci sarebbe l’uscita dal carcere militare.
Ma c’è anche papà Rea che così scrive al ministro della difesa Roberta Pinotti: «Vi prego di provvedere al più presto a far scontare la misera pena di Parolisi, al confronto dell’ergastolo del mio dolore, presso un normale carcere, con i delinquenti e gli assassini comuni, quale egli è. Un militare condannato per omicidio in via definitiva non crediamo possa ancora mantenere lo status di militare, persino godendo di qualche privilegio connesso alla suddetta condizione». E ancora: «Il reato commesso non ha nulla a che vedere con i reati militari ed anzi lede l’immagine dei militari, quale io sono stato, avendo ricoperto la carica di primo maresciallo dell’aeronautica militare prima del pensionamento».
Tre gradi di giudizio in cinque anni hanno stabilito che Melania Rea è stata uccisa dal marito, l’ex caporal maggiore Salvatore Parolisi.Il 13 giugno scorso i giudici della Cassazione, gli stessi che nel 2015 non gli hanno riconosciuto l’aggravante della crudeltà, hanno stabilito che Parolisi non merita nessuna attenuante generica così come richiesto dai suoi legali. Dall’ergastolo del primo grado con il rito abbreviato Parolisi è passato ai trent’anni in appello e, successivamente al ricorso in Cassazione che ha eliminato l’aggravante della crudeltà, agli attuali vent’anni.Ed è ipotizzabile che il caso finisca anche alla Corte di Strasburgo, così come hanno annunciato i legali dell’ex militare, gli avvocati Federica Benguardato, Valter Biscotti e Nicodemo Gentile. «Quello a Parolisi», hanno detto dopo l’ulttimo pronunciamento della Cassazione, «rimane un processo aperto, con grandissimi dubbi. Tante ombre e incertezze non dissipate dalle sentenze. È quindi inevitabile un ricorso alla Corte europea di Strasburgo per stabilire se il nostro assistito abbia subito un giusto processo». Parolisi, da qualche tempo detenuto nel carcere militare di Santa Maria Capua a Vetere dopo un lungo periodo trascorso nel penitenziario teramano di Castrogno, destinatario di decine di lettere di fan , protagonista di una pagina Facebook con duemila iscritti convinti della sua innocenza, continua a ripetere che non ha ammazzato sua moglie, che l’ha tradita ma non uccisa. Che quel giorno di aprile è rimasto a far dondolare la figlia sull’altalena del pianoro di Colle San Marco, mentre Melania è sparita alla ricerca di un bagno. Fino ad oggi nessun giudice gli ha creduto. Ma il caso, uno dei più discussi e seguiti degli ultimi anni in quest’Italia pronta a fare processi nei salotti televisivi, non è ancora chiuso. A settembre la prossima puntata e poi c’è quella in programma alla corte europea.(d.p.)
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