«Parolisi ha ammazzato con crudeltà»

4 Marzo 2015

Il giudice Cirillo, che firmò l’ordine bis di arresto per l’ex caporale, non concorda con la Cassazione

TERAMO. E’ con una lettura logica e coordinata degli indizi che nell’agosto del 2011 ha legato le 185 pagine della seconda ordinanza di custodia cautelare di Salvatore Parolisi. Dopo quattro anni dal suo provvedimento e due processi, il sigillo della Suprema corte ha confermato che ad uccidere Melania Rea è stato il marito Salvatore, ma ha spazzato via l’aggravante della crudeltà. Per il giudice Giovanni Cirillo (allora gip e oggi delegato ai fallimenti) quell’aggravante resta. «C’era e c’è», dice, «perchè cosa distingue un omicidio con crudeltà da un omicidio con un solo colpo di pistola al cuore?». La parole di Cirillo sono i riflessi di una mente abituata a ragionare e valutare. Con scrupolo e rigore: quelli del codice penale.

Ed è proprio da quel dolo d’impeto usato dai magistrati della Suprema corte per ricostruire un omicidio in assenza di premeditazione che Cirillo parte per delineare l’azione delittuosa nel bosco di Ripe dove il 18 aprile del 2011 Melania venne uccisa con 35 coltellate. «Non vedo il dolo d’impeto», spiega, «è evidente che per contestare la premeditazione devono ricorrere diversi fattori, ma per me c’è stato un germe di preparazione dell’accaduto che può essere ravvisato sia nella valigia probabilmente con dei vestiti puliti caricata in auto da Parolisi quello stesso giorno sia nella variazione del percorso. Quando escono dalla casa di Folignano Parolisi e la moglie sono diretti a Colle San Marco ma durante il tragitto la direzione cambia. Difficilmente si può immaginare un dolo d’impeto e credo che la dinamica omicidaria sia stata sottovalutata».

Per la Cassazione quello di Melania è stato un delitto d'impeto, non premeditato, una «risposta immediata o quasi immediata ad uno stimolo esterno». Nelle cento pagine di motivazioni i magistrati della prima sezione penale ritengono che le modalità con cui è stato commesso l'omicidio «alimentano la considerazione di un'azione lesiva commessa con estrema rapidità, frutto di rabbia e aggressività, con colpi portati i rapida sequenza e ravvicinati. Il fatto, poi, che le lesioni siano state in larga parte inferte al tronco e nella zona dello sterno, esclude che ci fu «il tentativo di scannamento in un primo momento ipotizzato». Secondo la Cassazione è presumibile che la coppia abbia iniziato a litigare in macchina per poi scendere una volta giunti sul luogo dove è avvenuto il delitto.

E poi c’è il movente. Per la Cassazione è «l’imbuto sentimentale in cui Parolisi era finito tra moglie e amante». Cirillo nella sua ordinanza ( quella arrivata quando il caso è passato da Ascoli a Teramo per competenza territoriale e sui cui si è formato il primo giudicato cautelare dopo l’allora ricorso della difesa) traccia quello del «segreto inconfessabile» di Parolisi legato alla caserma di Ascoli dove il militare addestrava le soldatesse. «Continuo a non credere al movente sentimentale», dice, «resto convinto del fatto che ci sia dell’altro».

Ora sarà la Corte d’appello di Perugia a rideterminare la pena senza l’aggravante della crudeltà: per il caporal maggiore, condannato all’ergastolo in primo grado e a 30 in secondo, una riduzione della pena. Secondo i conteggi fatti da vari legali si potrebbe andare dai 24 ai 16 anni. Parolisi, rinchiuso nel carcere di Castrogno, ha sempre detto di non aver ucciso la moglie e di averla vista sparire a Colle San Marco mentre cercava in bagno. «L’ho tradita», ha detto, «ma non l’ho uccisa». La verità processuale di tre gradi ha sentenziato che quel giorno di primavera di quattro anni fa nel bosco di Ripe c’erano solo Melania e suo marito Salvatore.

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