Pd, la frattura non si ricompone Subito scontro sulla presidenza

Nell’assemblea provinciale tanti appelli all’unità, poi la maggioranza ripropone Anna Marcozzi e la minoranza contesta e non vota. Minosse: «Chi ha perso non può dettare le condizioni»
TERAMO. La frattura rivelata dal voto congressuale non si ricompone. Il Pd teramano andrà avanti spaccato in due, tutti insieme rissosamente: da una parte una maggioranza – i cosiddetti “ginobliani” – che non intende lasciare nulla a chi ha perso e dall’altra una minoranza – i cosiddetti “dalfonsiani” e la sinistra del partito – che continuerà a combattere gli avversari interni. Questo ha detto l’assemblea provinciale di ieri all’hotel Abruzzi, nella quale Gabriele Minosse è stato confermato segretario.
A dire il vero durante il dibattito assembleare i richiami all’unità del partito e gli appelli a deporre le armi per lavorare insieme alle prossime sfide elettorali, su tutte quella del Comune di Teramo, ci sono stati da entrambe le parti. Poi è arrivato il momento di eleggere il presidente dell’assemblea e i nodi sono venuti al pettine. Minosse e i suoi hanno riproposto l’uscente Anna Marcozzi, secondo il segretario «non riconducibile a un’area particolare» ma di fatto candidata con lui al congresso. Elvezio Zunica, il candidato segretario della minoranza, ha contestato il metodo («Avete già deciso, così non c’è discussione») e ha ritenuto di non fare una controproposta (si parlava di Stefania Misticoni). Al momento del voto, gli esponenti della minoranza si sono alzati e se ne sono andati. Anna Marcozzi, così, è stata eletta solo dalla maggioranza.
Minosse, a fine serata, ha commentato: «Avevamo chiesto loro di fare i nomi, non ne hanno fatto nessuno. Anna Marcozzi in questi quattro anni è stata una grande figura di garanzia, non ha mai difeso né attaccato un gruppo. Se pensano di poter dettare le condizioni al gruppo che ha vinto perché hanno preso il 45 per cento hanno sbagliato tutto, magari è anche legittimo dire che volevano la presidenza ma poi si vota e si vede. Io al loro posto avrei detto: non condividiamo i modi, riteniamo di proporre una figura nostra, ma votiamo comunque Anna Marcozzi. Così mi avrebbero messo in difficoltà. Invece, andando via, non mi hanno messo affatto in difficoltà».
Il segretario, prima, al Centro aveva auspicato l’unanimità («Sarebbe un bel segnale»), ma comunque mettendo i puntini sulle i: «Il congresso è finito, il partito è uno, poi a ciascuno il suo ruolo. Il congresso ha detto che qualcuno ha delle responsabilità e qualcun altro no». Manola Di Pasquale, una dei leader della minoranza, ha replicato: «Nel partito guidato da loro non c’è progettualità né vera democrazia, lo dice il solo fatto che prima del congresso avevamo il 25% dei circoli commissariato. Combattevamo già prima questa gestione, non possiamo non continuare a farlo».
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