Pediatra in Kenya con Silvia «Accuse ingiuste, era serena»

Il presidente di “Pediatria per l’emergenza” ha curato i bimbi nel villaggio dov’era la Romano «Il suo rapimento è stato studiato, c’era un basista. Non si può criminalizzare il volontariato»
GIULIANOVA. Ha aiutato Silvia Romano a prendersi cura dei bambini del poverissimo villaggio di Chakama, in Kenya. Con lei stava organizzando il trasferimento di un bambino gravemente malato in Italia, per un’operazione al Bambin Gesù. Fino a quando non l’hanno rapita.
Paolo Calafiore, pediatra giuliese e presidente dell’associazione “Pediatria per l’emergenza”, impegnata da più di dieci anni in Kenya è rimasto fortemente colpito dalle critiche che gli odiatori, soprattutto sui social, hanno rivolto alla volontaria 24enne.
«L'ho conosciuta a Chakama, un gruppo di capanne all'interno, verso il deserto. Alcuni amici locali mi avevano detto che lì c’erano tre suore spagnole che gestivano una scuola. Lì operava anche l’associazione Africa Milele, a cui afferiva Silvia Romano», ricorda Calafiore, «per la prima volta ci sono andato sei ani fa, a visitare i bambini, visto che l’associazione non aveva un medico. La prima volta noi dell’associazione ci siamo trovati un centinaio di bambini da visitare. Da allora se ci sono bambini con malattie gravi cerchiamo di farli curare al Bambin Gesù. Il primo aveva una grave cardiopatia ed è stato operato: Africa Milele si è occupata di tutta la parte organizzativa in Kenya».
Nell’ultimo viaggio al villaggio Calafiore ha conosciuto la giovane volontaria milanese. «Due anni fa», riprende il pediatra, «poco prima che la rapissero, è stata con me tutta la giornata con i cooperanti di Africa Milele. Mi è sembrata una ragazza molto serena, propositiva, che sapeva quel che stava facendo, aveva un ottimo rapporto con la popolazione del luogo. Mi ha fatto vedere dove stavano, la sera andavano a dormire in una specie di capanna, al centro del gruppo di case. Nell'ultimo viaggio avevo identificato un altro bambino da portare in Italia. Lei aveva iniziato la preparazione degli esami, che mi ha inviato, preliminari al ricovero. Ma quando è stato autorizzato l’intervento, lei è stata rapita». Il bambino poi è stato operato con successo e da 15 giorni è tornato nel villaggio, praticamente lo stesso periodo della liberazione di Silvia Romano.
«Io in questi giorni ho letto molte cose, alcune le trovo profondamente ingiuste», commenta Calafiore, «l’Africa è un mondo difficile. Ci sono molti medici che sono stati uccisi, compresa la radiologa di Pavia. Non deve essere criminalizzato il volontariato, nè la scelta di chi lo fa. Credo è che purtroppo ci sia molta improvvisazione e in certi ambienti si corrono dei rischi. Le associazioni devono essere ben organizzate e devono avere dei parametri di sicurezza ottimali. Nel caso di Silvia non credo sia mancato qualcosa. Certo, è un posto isolato. Credo che il rapimento sia stato studiato, hanno aspettato che rimanesse sola: i due ragazzi che erano con lei erano appena andati via e lei aspettava il cambio. Certamente c’era un basista». Il pediatra la ricorda così: «Sembrava una bambina, molto magra, mi ha colpito per la sua serenità, la lucidità. Penso che sulla sua trasformazione religiosa, culturale, che sia da verificare quello che è successo. Più in là ne sapremo di più, sapremo se è una conversione spontanea e non manipolata».
Il rapimento non ha causato ripensamenti nei piani in Kenya di Calafiore. «Certo, ho una generica paura di essere rapito, ma noi arriviamo giù per 10 giorni e abbiamo basi logistiche non isolate, con percorsi il più possibile sicuri e se usciamo fuori da questi ci muoviamo col governo. Siamo un gruppo di solito composto anche da Paolo Di Silvestro che fa formazione agli infermieri, Angelo Mucciconi che fa formazione al pronto soccorso, Fabiana Cinti del Salesi di Ancona e Andrea Cicchinè, responsabile della logistica. Di solito non rischiamo molto, ma in Kenya può succedere di tutto, il valore della vita è diverso».
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