Pesca a strascico, armatori in difficoltà

Danese: «Nel nostro mare è rimasto ben poco, può salvarci solo la riapertura della fossa di Pomo». Il 28 corteo a Roma
GIULIANOVA. Anche la pesca a strascico, quella che più delle altre si dedica al cosiddetto prodotto pregiato e ricercato, accusa un periodo di grosse difficoltà che vanno avanti ormai da qualche anno. Sempre più arduo per l’armatore far quadrare i conti ed i bilanci ed è per questo che il prossimo 28 ottobre ci sarà una grossa manifestazione della gente di mare che vuol far sentire la propria voce nella Capitale davanti al ministero dell’Agricoltura. Si parla di un evento che sarà ricordato nel tempo. Alfredo Danese, decano dei pescatori del porto di Giulianova pur se originario di Tortoreto, solca l’Adriatico dall’età di dodici anni, quando iniziò ad apprendere il mestiere grazie al nonno su una lancia a vela che aveva come insegna una testa d’indiano.
Danese dice che non è più il mare di una volta, un po’ anche per colpa di chi lo frequenta. «Da circa dieci anni», dice il pescatore, «viene utilizzata un’attrezzatura distruttiva. Quintali di catene accompagnano le cosiddette reti americane sul fondo a maglie fitte. Così facendo la sabbia viene letteralmente arata distruggendo ogni cosa. Non si distingue più il banco dal fondale e vengono addirittura pescati fossili millenari sconosciuti che tornano in superficie». Secondo il marittimo molte specie si sono quasi estinte come scampi, pescatrice e sanpietro.
«Purtroppo la politica», aggiunge Danese, «ha consentito di allevare pesce imbottito di antibiotici e d’importare il prodotto dall’estero, mortificando il lavoro di chi opera nelle nostre zone». E’ frequente infatti imbattersi nella particolare sogliola del Senegal, oppure nel pesce persico del Nilo o anche nel pangasio dei mari orientali, venduti come filetti dell’Adriatico. Numerosi i sequestri operati dalla guardia costiera o dai Nas dei carabinieri. Secondo Alfredo Danese nel nostro mare c’è rimasto solo pesce di scarsa qualità e l’attività peschereccia, soprattutto sulle coste abruzzesi, sarebbe in grave difficoltà. «Solo la riapertura della fossa di Pomo potrebbe salvarci dal tracollo», sottolinea l’armatore, «ed evitare che barche da 50 a 100 tonnellate di stazza lorda peschino sotto costa portando a terra ed al mercato tutte lo stesso prodotto, con effetti negativi sulle vendite al dettaglio e sui prezzi che crollano a vista d’occhio». I pescatori sarebbero disposti a diminuire le giornate di lavoro e tornare alle attrezzature tradizionali se dovessero ottenere il lasciapassare per la fossa di Pomo. Sono in corso colloqui bilaterali tra Croazia ed Italia per giungere ad una definizione, ma non è facile.
Alfredo Danese, dall’alto della sua cinquantennale esperienza, vede il futuro grigio: «Le autorità, italiane ed europee, ci stanno mettendo in ginocchio con multe che vanno da 15 a 75 mila euro e tra pochi giorni saremo tutti a Roma per rivendicare il nostro diritto al lavoro».
Alfonso Aloisi
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