Piani di emergenza, Comuni in ritardo

In provincia 30 su 47 non sono aggiornati. Il prefetto convoca gli addetti ai lavori per studiare le soluzioni al problema
ATRI. I piani comunali di emergenza, ovvero gli strumenti fondamentali delle amministrazioni locali e dell’intero sistema di protezione civile per fronteggiare le calamità naturali e non, sono aggiornati alle più recenti linee-guida regionali (datate 2018) in pochissimi comuni teramani: secondo la prefettura, 30 delle 47 municipalità hanno piani vecchi (ovvero aggiornati al 2012). E la situazione non è diversa nel resto d’Abruzzo. Il problema, e il modo in cui lo si sta affrontando, sono stati al centro di un convegno-dibattito che si è tenuto ieri ad Atri, in un teatro comunale gremito soprattutto di esponenti del volontariato ma anche di sindaci e loro rappresentanti, a degna conclusione della Settimana nazionale della Protezione civile.
IL PREFETTO
Il prefetto di Teramo Fabrizio Stelo, che insieme alla dirigente del settore Protezione civile della prefettura Luana Strippoli ha voluto fortemente questo incontro, ha introdotto i lavori ricordando che «gli eventi calamitosi la provincia di Teramo li ha tutti, da terremoti ad alluvioni, da frane a incendi boschivi. Dobbiamo alzare un muro di protezione per prevenire e mitigare il rischio, dev’esserci un gioco di squadra, anzi di più: dobbiamo essere come un’orchestra». Al Centro il prefetto ha dichiarato: «Si può e si deve pensare a un aiuto ai Comuni, soprattutto quelli più piccoli, con poco personale e oberati dai progetti del Pnrr, per l’aggiornamento dei piani di emergenza, che è un lavoro lungo e complesso. Ci sta pensando la Regione, l’auspicio è di accelerare un processo virtuoso. Bisogna fare uno scatto in avanti anche in tema di informazione alla popolazione. La gente sa cosa fare in caso di emergenza? Non sapendolo potrebbe complicare le cose in caso di calamità, mentre più informazione migliorerebbe la capacità d’intervento».
LA REGIONE
All’incontro di Atri non poteva mancare Mauro Casinghini, direttore dell’Agenzia di protezione civile della Regione Abruzzo. Il concetto-guida del suo intervento è stato: «Non lasciamo soli i sindaci, stiamo lavorando per aumentare il livello di collaborazione». Casinghini ha ricordato al Centro quanto è stato già fatto, ovvero il protocollo d’intesa sottoscritto con l’Anci Abruzzo un anno e mezzo fa «con l’obiettivo di dare una mano ai Comuni per aggiornare i piani d’emergenza alle più recenti linee-guida» e il finanziamento di un corso dell’Università dell’Aquila, facoltà di Ingegneria, «per formare figure specializzate in questo genere di pianificazione. Il corso triennale ha appena sfornato i primi laureati». Utilizzando queste nuove figure, l’obiettivo è «costituire una cellula di supporto ai sindaci». Perché, ha sottolineato il direttore dell’Apc, «la pianificazione comunale di protezione civile è il baluardo da cui partire, e non faremo mai mancare il supporto a questa attività». Tuttavia Casinghini non ha mancato di sottolineare: «I problemi di risorse li abbiamo anche noi, ci serve personale. La capacità di risposta della Regione è proporzionale alle risorse che ha». E sulla necessità di informare i cittadini si è messo sulla stessa lunghezza d’onda del prefetto Stelo, dicendo: «Non possiamo esaurire noi addetti ai lavori l’attività di protezione civile, dobbiamo allargare questa cultura ai cittadini, che sono i protagonisti in negativo delle emergenze. La Settimana nazionale serve soprattutto a questo».
IL VOLONTARIATO
Il presidente del Centro servizi volontariato Abruzzo, Casto Di Bonaventura, ha detto al Centro che «il problema non solo di chi fa protezione civile ma di tutto il mondo del volontariato è passare da una condizione di supplenza a quella di co-protagonisti. La legge del 2017 che regola il terzo settore dice che le amministrazioni pubbliche devono coinvolgere le associazioni nella fase della programmazione, ma questo avviene a macchia di leopardo, con tentativi parziali. Il mondo dell’amministrazione pubblica non è preparato e in parte non lo è neanche il terzo settore, va superata l’autoreferenzialità da ambo le parti».
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