Pieni di debiti per comprare la cocaina

La clientela teramana della banda degli albanesi: dalle rate accumulate del meccanico all’arretrato del ristoratore
TERAMO. C’è di tutto: dal meccanico al barista, dal ristoratore all’impiegata, dal cuoco al cameriere. Pronti anche a pagare la cocaina a rate, così come si fa con la macchina o il televisore di ultima generazione. E’ un caleidoscopico spaccato di vite l’ordinanza di custodia cautelare che mette in fila la vasta clientela teramana, facce della porta accanto, della banda albanese finita in carcere qualche giorno fa. Quella del capo che dice: «Per noi Teramo è come la Colombia». E’ che per loro fosse veramente così lo dimostra quel vasto giro d’affari che investigatori e inquirenti hanno quantificato in 500mila euro in un anno. «Solo in quattro mesi 1500 cessioni», scrive il gip Giovanni de Rensis nell’ordinanza che ha mandato sei persone in carcere, «con un introito di denaro valutabile in circa 120mila euro ipotizzando un prezzo di 80 euro al grammo».
Tante storie, un unico comun denominatore: l’uomo della porta accanto deciso a rifornirsi di polvere bianca quasi quotidianamente. E proprio su questo la banda faceva leva, a tal punto da consentire anche di pagare a rate. Senza minacce. «Nessuna minaccia», racconta un consumatore in una delle tante audizioni, «l’unica cosa è che fin quando non avevi saldato la droga non la vedevi più. E questo per uno che è arrivato a consumare quasi un grammo al giorno vale più di tante minacce».
E allora ecco il racconto di due fratelli teramani, entrambi artigiani, che in un anno hanno speso 30mila euro in cocaina o quello del ristoratore che in un anno spende quasi 10mila euro per la polvere bianca. «Ho cercato di smettere», dice agli investigatori, «non ci sono riuscito». Ma c’è anche il meccanico che mette in conto sei, settecento euro «perchè è un momento difficile e non riesco a smettere». E se gli affari sono in crisi? Allora si compra a rate. «Avevo un debito di settecento euro», racconta un altro consumatore, «ogni volta che avevo disponibilità di soldi li davo. Solitamente 100 o 200 euro». Ordinazioni per telefono, anche con sms dove i puntini diventano i numeri di grammi. «Le conversazioni telefoniche avvenivano anche tramite sms», dice un altro consumatore, «in alcuni di questi indicavo il quantitativo che mi serviva con dei puntini, ossia se volevo due indicavo due puntini». Particolare non secondario del modus operandi della banda: le utenze telefoniche erano dedicate solo ai clienti italiani e mai usate per contatti tra gli indagati. Scrive a questo proposito il gip nell’ordinanza: «Gli acquirenti contattavano un numero di telefono che sapevano dedicato allo spaccio ove raggiungevano l’accordo per il successivo acquisto». Il gruppo, secondo il pm Andrea De Feis (il sostituto procuratore che ha coordinato le indagini dei carabinieri) aveva diviso lo spaccio in tre zone: quella di San Nicolò, Bellante e Campli; quella di Teramo, San Nicolò, Canzano, Castellalto e Montorio; quella di Giulianova, Roseto e Mosciano.
E intanto ieri mattina si sono svolti gli interrogatori di garanzia, sia dei sei in carcere sia dei quattro agli obblighi di dimora: quasi tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, solo alcuni hanno risposto respingendo le accuse. I dieci sono assistiti dagli avvocati Nicola Rago, Marco Sgattoni, Filomena Gramenzi, Gennaro Cozzolino, Massimiliano Chiusaroli, Giuseppe Vigiani, Emiliano D’Andrea.
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