Processo per l’acqua, in aula nuovi testi

I dipendenti della Ruzzo Reti: «In quella messa a scarico tracce delle sostanze usate in galleria»
TERAMO. Il filo conduttore è sempre lo stesso: un sistema acquifero messo continuamente a rischio dalla convivenza forzata con strutture quali laboratori di fisica nucleare e gallerie autostradali dell’A24. Nella nuova udienza del processo per l’acqua del Gran Sasso in corso davanti alla giudice Claudia Di Valerio, in aula sono stati ascoltati altri testi della Pubblica Accusa. In particolare alcuni dipendenti della Ruzzo Reti che hanno sottolineato, così come già emerso nel corso di precedenti udienze, l’esistenza di sistemi di allarme che segnalano subito la presenza di sostanze non conformi e come in passato, prima del 2016, nell’acqua messa a scarico (quindi non immessa nelle condutture) in alcuni casi siano state trovate tracce elle sostanze usate nel traforo del Gran Sasso durante lo spegnimento di alcuni incendi. Nel procedimento, che vede dieci imputati tra i vertici dell’Istituto di fisica nucleare, Strada dei Parchi e Ruzzo, la Procura (titolari del fascicolo i pm Greta Aloisi, Davide Rosati e Stefano Giovagnoni) contesta i reati di inquinamento ambientale e getto pericolose di cose. Il processo è nato da un’inchiesta che ha posto sotto la lente di ingrandimento di investigatori e inquirenti l’intero sistema Gran Sasso, evidenziando quella che la Procura ha definito come un permanente pericolo di inquinamento delle acque. In un contesto, quello ipotizzato dalla stessa Procura, in cui sarebbero emerse presunte interferenze tra i laboratori, le gallerie autostradali e il sistema di condutture delle acque con criticità mai sanate.(d.p.)

