Processo Tercas, ammessi 25 piccoli azionisti
Saranno parte civile. Sull’eventuale spostamento a Teramo il tribunale deciderà il 22 giugno
TERAMO. Ammesse tutte le parti civili, ma per sapere se il processo per il crac Tercas resterà a Roma o sarà spostato a Teramo bisognerà attendere ancora. Nell’udienza che si è svolta ieri la nona sezione penale del tribunale di Roma, presieduta dal giudice Caterina Brindisi, si è riservata di decidere sull’eccezione di incompetenza territoriale presentata dalle difese di parte dei 14 imputati: lo farà il 22 giugno prossimo e, salvo ulteriori intoppi, per quella data (sei mesi dopo la prima udienza) saranno esaurite tutte le questioni preliminari e il processo potrà finalmente entrare nel vivo. Sempre se resterà a Roma, perché se il tribunale dovesse ritenere fondata l’eccezione incompetenza territoriale tutto ripartirebbe da zero a Teramo. Dove, secondo alcuni degli avvocati, hanno avuto origine i reati contestati ai 14 imputati, che a vario titolo devono rispondere di associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta, riciclaggio, appropriazione indebita, ostacolo alle funzioni della vigilanza. L’imputato principale è l’ex direttore generale Antonio Di Matteo, l’unico al quale vengono contestate tutte queste imputazioni; l’altro imputato eccellente è l’ex presidente Lino Nisii, che però deve rispondere solo del reato di ostacolo alla vigilanza.
Per quanto riguarda le parti civili il tribunale ha ammesso tutte le richieste, a cominciare da quella presentata da 25 piccoli azionisti – rappresentati dall’avvocato Renzo Di Sabatini per conto della Federconsumatori – un’ammissione che nelle precedenti udienze era stata contestata da una parte delle difese, le quali sostenevano che era sufficiente la costituzione di parte civile della Banca Tercas per tutelare i loro interessi. Ammessa anche la Fondazione Tercas – anche questa costituzione era stata fortemente contestata – che con il crac della banca e il conseguente azzeramento delle azioni ha visto andare in fumo un patrimonio di circa 70 milioni (questa la cifra iscrtita a bilancio, ma in realtà ai valori di mercato delle azioni era molto di più) pari al 65% del capitale della banca. Le altre parti civili sono la Banca d’Italia, la Bper e la curatela fallimentare di una delle aziende coinvolte nel crac. (e.a.)
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