Protesta in piazza di bar e ristoranti

5 Novembre 2020

Gli operatori degli esercizi pubblici e della cultura chiedono al governo sostegni adeguati per le restrizioni dell’attività 

TERAMO. «Tu ci chiudi, tu ci paghi. Basta tasse, reddito per tutti». La protesta, composta, di bar, ristoranti, dipendenti di attività commerciali ma anche del mondo dello spettacolo va in scena in piazza Orsini e dà voce a quelle categorie produttive più colpite dalle ultime restrizioni.
Una protesta che in realtà suona più come un grido d'aiuto, con le categorie produttive e sociali che chiedono misure proporzionate e immediate anche alla luce degli investimenti fatti nei mesi scorsi per adeguare le proprie attività alle normative anti Covid per poi trovarsi a lavorare, come bar e ristoranti, a mezzo servizio. «Facile dire chiudiamo, ma poi dietro c'è un mondo da considerare» dice Vincenzo, dipendente di un’attività commerciale, «ci sono i commercianti, le famiglie, il mondo della cultura che vengono lasciati indietro. Certo l'aspetto sanitario è preponderante, le norme vanno rispettate e noi siamo i primi a farlo, non siamo negazionisti. Durante la fase della riapertura le attività commerciali si sono adeguate, hanno fatto investimenti, rispettato le norme. Ma tutto ciò non è stato apprezzato. E così sono stati chiusi i locali ma lasciati aperti i centri commerciali, dove gli assembramenti sono naturali». Da qui la richiesta di ristori certi, di ammortizzatori sociali pagati per tempo e non dopo mesi, della sospensione di tasse, come la Tari, e bollette per chi non lavora.
Sulla stessa linea l'intervento di Roberto Degnitti, dell'agriturismo Domus di Bisenti. «Sono oggi qui in piazza perché siamo convinti che il problema non si risolve con delle chiusure», ha detto, «ci hanno fatto fare degli investimenti, dei progetti che adesso vediamo svaniti. Si deve redistribuire la ricchezza. Con la pandemia le grandi aziende hanno guadagnato sempre di più, i piccoli produttori come noi, gli operati, sono statoi abbandonati a se stessi». Commercianti, dipendenti, e anche cittadini che pur svolgendo altri lavori hanno voluto portare la propria solidarietà alle categorie produttive maggiormente colpite dalla pandemia, lo hanno ripetuto più volte: «Non possiamo essere sempre noi a pagare per le colpe di altri, non possiamo essere noi a pagare per l'assenza di piani pandemici, per i continui tagli al sistema sanitario, per le mancanze del Governo nazionale e regionale. Non chiediamo di restare aperti a tutti i costi, ma vogliamo essere aiutati». Perché, denuncia Degnitti, «non si risolve tutto con un semplice bonus, con dei contentini che ci permettono di pagare una minima parte di quello che abbiamo investito».
Tra i settori più colpiti c’è quello della cultura, rappresentato ieri in piazza Orsini dal registra teatrale, Renato Pilogallo. «Ci sono settori messi in ginocchio, quello della cultura è stato il primo perché il blocco completo delle attività c'è stato il 23 marzo con tutte le maestranze che sono state fermate di colpo», ha detto, «io ero a Milano e non sono riuscito nemmeno a riprendere gli attrezzi in teatro. La pandemia ha sollevato il coperchio su una realtà che tutti hanno nascosto per 40 anni. Il comparto live della “cultura, spettacolo e anche musica soffre di caporalato, maggiore di quello dell'agricoltura e dell'edilizia, di mancati emolumenti, di gravi problemi di confitto di interessi. Lo Stato ha detto alle attività "non ci rendicontate l'attività, ve le paghiamo. I teatri hanno preso i soldi e le maestranze sono rimaste a casa». Pilogallo protesta anche perchè non sono stati versati gli emolumenti Inps e Inail. Da qui diverse richieste, tra le quali il pagamento diretto delle maestranze, anche di chi ha un solo giorno di lavoro certificato.
Intanto da ieri gli esercizi pubblici che hanno tavolini all’esterno li hanno recintati per evitare che vengano comunque utilizzati dopo l’orario di chiusura.
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