Province, il costituzionalista: «Servono più delle Regioni»

3 Luglio 2024

Il docente Orrù, coordinatore di Atelier 4 luglio, cita l’esempio dell’area compresa tra Ascoli e Teramo: «Il confine ha giocato a sfavore di entrambi i territori così affini per geografia, economia e cultura»

TERAMO. Se il dibattito politico è concentrato sulle Regioni, in forza anche della recente legge sull'autonomia differenziata, a Teramo giuristi e storici ribaltano la discussione riportando al centro le Province. La loro nascita, i cambiamenti, lo stato attuale di salute e le potenzialità degli enti di secondo livello, a dieci anni dalla riforma Delrio, saranno oggetto della XVIII edizione di Atelier 4 luglio “Giuseppe Floridia” in programma domani all'università di Teramo. Tra i relatori il professor Romano Orrù, costituzionalista, ordinario dell'ateneo teramano e coordinatore di Atelier 4 luglio.
Perché focalizzare l'edizione 2024 sulle Province?
«Perché non se ne parla più, eppure esistono sebbene bloccate in un limbo. Se fino allo scorso anno erano tornate al centro di una riflessione, con un ripensamento del loro assetto che sembrava imminente, poi non è stato così. Il motivo è evidente: sono finite nel cono d'ombra del regionalismo differenziato, della legge approvata il 28 giugno scorso, e politicamente le due cose non potevano essere portate avanti congiuntamente. Puntare sul regionalismo significa lasciare inevitabilmente indietro, sospeso, le province e il loro ruolo. Purtroppo resteranno in questo cono d'ombra a lungo perché ora si apre la lunga partita sull'autonomia differenziata, con prevedibile coda referendaria».
Uno stallo destinato a perdurare a discapito delle Province?
«In un certo senso sì, ma la partita sull'autonomia differenziata può comunque giocarsi a favore delle Province. Perché se la legge venisse attuata, le tante competenze di tipo legislativo delle regioni necessiterebbero di un filtro intermedio e del supporto dunque delle Province. Se la legge, per via del referendum, non dovesse andare avanti, riprenderebbe necessariamente corpo il ragionamento sulle province. Enti che devono essere rivisti a prescindere, ma che non rappresentano il problema. Lo abbiamo visto in Abruzzo in momenti delicati, come le emergenze climatiche, i terremoti, la pandemia. Il ruolo delle Province è stato di cerniera. Semmai il problema sono le regioni: sono troppe, alcune hanno una massa critica bassissima, soffrono una forte asimmetria pur con competenze rilevanti».
Dalla riforma Delrio lo svuotamento delle province è stato sistematico, motivato da ragioni di razionalizzazione della spesa pubblica. Si doveva giungere alla loro eliminazione. In che situazione sono?
«Di stallo. Depotenziate di risorse economiche e di personale, ma con competenze importanti: strade, edilizia scolastica, ambiente. Con difficoltà riescono ad erogare i servizi. Le ragioni sul taglio degli sprechi non hanno tenuto, erano mosse da antipolitica: i risparmi sono stati minimi, ma quanto sta costando non offrire servizi? Sono altri gli enti, quelli strumentali, che andrebbero rivisti».
Lei auspica una rivitalizzazione delle Province e un ridimensionamento delle Regioni?
«Sì. Andrebbero pensate delle macroregioni. I confini esistenti hanno dimostrato di essere un limite. Pensiamo a Teramo ed Ascoli Piceno: il confine ha giocato a sfavore di entrambi i territori, che pure sono così vicini e affini per geografia, economia, cultura. La provincia di Teramo ha pagato un prezzo alto, restando periferia Nord d'Abruzzo, senza svilupparsi verso Ascoli dalla quale siamo divisi anche fisicamente: mancano infrastrutture, non vi sono stati investimenti. Due capoluoghi che non hanno un collegamento decente, né stradale né ferroviario, che non hanno potuto e saputo creare sinergie economiche e culturali».
©RIPRODUZIONE RISERVATA