Quattro condanne per gli appalti pilotati

28 Maggio 2015

Cermignano, un anno a tre dipendenti comunali e 6 mesi a un imprenditore Assolto l’ex sindaco Del Cane accusato di truffa per essersi allontanato dal lavoro

TERAMO. Davanti al tribunale due inchieste che si erano sovrapposte e che alla fine erano finite in un solo fascicolo con due ipotesi di reato ben distinte: truffa aggravata ai danni dello Stato e turbata libertà degli incanti. Si è chiuso con quattro condanne e tre assoluzioni il processo di primo grado per la vicenda giudiziaria relativa a presunti appalti pilotati al Comune di Cermignano in relazione ai lavori di sistemazione delle fognature e a quelli di sistemazione della scuola di Poggio delle rose.

Il giudice monocratico Franco Tetto ha condannato ad un anno per turbata libertà degli incanti e falsità ideologica i dipendenti comunali Mario Alcantarini, Diana Di Gregorio e Daniela Rapacchietti, rispettivamente presidente e componenti della commissione aggiudicatrice, e a sei mesi e 500 euro di multa per la sola turbata libertà degli incanti l'imprenditore Gabriele Di Martino (con Alcantarini assolto da altri due capi di imputazione relativi sempre agli stessi reati).

Assolti, invece, l'altro imprenditore finito nell'inchiesta Giacinto Di Remigio e il progettista esterno Cesarino Di Giosia:entrambi accusati di turbata libertà degli incanti. Assolto perchè il fatto non sussiste anche l'ex sindaco di Cermignano e dipendente della Comunità montana zona N di Cermignano (poi spazzata via dalla spending review) Aldino Del Cane, quest'ultimo finito a processo nella sua veste di dipendente della comunità con l'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato per una presunta vicenda di assenteismo. Secondo l'accusa, che aveva riunito in un unico fascicolo due differenti procedimenti, Del Cane in qualità di dipendente della comunità montana in più occasioni dopo aver timbrato il cartellino si sarebbe allontanato dal luogo di lavoro senza farlo risultare. Accusa, quella contestata dalla procura, che non ha retto in aula. «Si sarebbe arbitrariamente allontanato dal luogo di lavoro», scriveva il pm Silvia Scamurra nel capo d’imputazione, «senza far risultare mediante la timbratura del cartellino, i periodi di assenza, inducendo in errore l’ente di appartenenza circa la sua presenza in ufficio, in tal modo conseguendo un ingiusto profitto con pari danni per la pubblica amministrazione». Accuse che, al vaglio del dibattimento, non hanno retto. L’inchiesta scattò nel 2008 dopo un esposto presentato dall’allora presidente del consiglio della comunità montana Silvio Serrani. Per gli altri sei imputati, invece, le accuse erano quelle di turbata libertà degli incanti e falso ideologico. Secondo l’accusa, così si legge nel capo d’imputazione, « avrebbero più volte turbato con mezzi fraudolenti il regolare svolgimento della gara».(d.p.)

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