Quelle cene con la cocaina al ristorante

In aula il racconto dei consumatori sentiti come testi: «Ci incontravamo per i festini e ognuno pagava la sua parte»
TERAMO. Racconta «le cene al ristorante con la cocaina già pronta sui piatti». Lo fa passando dai tanti «non ricordo» a quei particolari riemersi davanti alle continue contestazioni del pm e dettaglia: «Ognuno metteva la sua quota per le seratine».
Sono ancora i consumatori a raccontare in un’aula di tribunale dove finiscono i chili di cocaina che arrivano nel Teramano dalle piazze napoletane gestite dalla camorra. Il processo è quello nato dalla maxi inchiesta (titolare del fascicolo il pm Luca Sciarretta ora in servizio alla Procura di Pescara) su un vasto giro di spaccio e rapine con i cui proventi sarebbero stati finanziati prestiti usurai ad imprenditori strozzati dalla crisi e che vede imputati davanti ai giudici (collegio presieduto da Alessandro Iacoboni, a latere Marco Procaccini e Carla Fazzini) il 49enne campano Giuseppe Cacciapuoti, e Piero Guarnieri, 39enne di Mosciano (assistiti rispettivamente dagli avvocati Gugliemo Marconi e Nello Di Sabatino). Gli altri sette coinvolti hanno già definito nel tempo la loro posizione con riti alternativi.
Nella complessa istruttoria si intrecciano storie di vita che diventano testimonianze pesanti come macigni anche se condite da mille «non ricordo». Dopo quella dell’ex boss della camorra ora collaboratore di giustizia che in una udienza ha raccontato della sua permanenza nel Teramano e di come fornisse grosse partite di droga a Cacciapuoti, in aula sfila chi dà un volto ai nomi intercettati nelle telefonate. Che sono, appunto, quelli dei consumatori. Alcuni occasionali, altri no. Come l’uomo che racconta «ho attraversato un periodo difficile e sbagliando, mi sono rifugiato nella cocaina e qualche volta mi è stata data da Guarnieri. E’ durato un paio d’anni, oggi è passata. Sì spesso ci incontravano in alcuni locali fuori Teramo per consumare droga e chi organizzava provvedeva a preparare già la cocaina sui piatti». E poi c’è il consumatore abituale, quello che racconta «conosco questa sostanza stupefacente dal 1963 e di spacciatori ne ho conosciuti tanti». E aggiunge: «Andavo da Cacciapuoti, acquistavo fino a venti grammi al mese. Ho sempre pagato subito». Ma la droga è solo una delle tante facce dell’inchiesta che incrocia rapine e prestiti usurai ad imprenditori, quelli decimati dalla crisi ma pronti a tutto per sopravvivere. Si torna in aula a dicembre con gli ultimi testi.(d.p.)
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