Raffaella, la fuoriclasse dei pattini senza la gioia delle Olimpiadi

15 Maggio 2016

La pluricampionessa Del Vinaccio vanta il record di tredici titoli mondiali nell’artistico a rotelle «Questo sport stranamente non è disciplina olimpica, anche per questo ho smesso a 26 anni»

TERAMO. Raffaella ti porta dritto al cuore di questa storia. Che è quella della bimba che voleva pattinare, dell’atleta che ha vinto tutto e di un sogno a cinque cerchi. Ma i suoi amati pattini a rotelle non hanno mai avuto il riconoscimento di disciplina olimpica e solo per questo “Raffa” Del Vinaccio, la pluricampionessa mondiale che volteggiava con i costumi ricamati da mamma incantando il mondo, su quel podio non è potuta salire. La ragazzina teramana che negli anni ottanta e novanta strappò agli americani il dominio incontrastato in questo sport oggi è una mamma di 48 anni dal sorriso che si illumina quando parla della figlia e dagli occhi che raccontano prima delle parole. Ha chiuso la carriera con ben tredici titoli mondiali (5 nel libero, 5 nella combinata e 3 negli obbligatori) e per i teramani resta «la campionessa».

Lei è stata la pattinatrice italiana dell’artistico su rotelle più decorata. A 26 anni si è ritirata. Perchè ?

«Ho smesso quando volevo smettere. La cosa più brutta è smettere quando perdi. Io ho smesso al massimo di quello che poteva essere. Non mi sono mai pentita di quella scelta che è arrivata al momento giusto. Avrei potuto continuare solo se ci fossero state le Olimpiadi, ma il pattinaggio a rotelle ancora oggi non è una disciplina olimpica e non si capisce perchè. Forse perchè continua ad essere poco conosciuto».

Quando e perchè ha iniziato a pattinare?

«Avevo quattro anni e ho cominciato a seguire mia sorella più grande che già pattinava. Ho capito che mi piaceva tantissimo e ben presto mi si è aperto un mondo. A dieci anni ho partecipato ad una manifestazione a Bari, ma sono arrivata ultima. Quella volta ho detto a mio padre: devo vincere. A 12 anni sono arrivati i primi titoli e a 14 c’è stata la prima convocazione in nazionale. Nel 1984 ho partecipato al primo campionato mondiale a Tokyo conquistando la medaglia di bronzo».

Poi c’è stata una brusca interruzione . Cosa è successo?

«E’ successo alla vigilia dei mondiali del 1985. MI sono dovuta fermare a causa di un’operazione all’ernia al disco. Ma, superato questo momento, ho ripreso ad allenarmi, a competere ai massimi livelli e a prepararmi per affrontare gli impegni internazionali».

E poi sono arrivati i cinque titoli mondiali, da quello di Pensacola, in Florida, del 1988 all’ultimo di Tampa del 1992. Cosa ricorda dei quei momenti e di quegli anni?

«Erano anni in cui ero sempre in viaggio, i sacrifici sono stati tanti a cominciare dalle tante ore di allenamento ma sicuramente sono stati anni bellissimi che non scorderò mai. Mi sembrava di vivere in un sogno. Mi ricordo la prima volta che andai negli Stati Uniti, in Ohio, per un mese di allenamenti. Un’esperienza bellissima nel corso della quale ho incontrato decine di persone straordinarie, di sportivi veri. Un mondo di valori che forse oggi non ci sono più. La crisi non ha risparmiato nessuno, nemmeno lo sport. Vedo che è sempre più difficile per tutti andare avanti. Sono subentrati anche gli scandali».

Già, gli scandali. A cominciare dal doping. Che ne pensa?

«Quando io gareggiavo i controlli erano costanti, così come è giusto che sia, e non mi ricordo di aver mai sentito, almeno nel mio settore, problemi di questo genere. Ma penso che fossero altri tempi, un altro modo di vivere lo sport che è soprattutto lealtà verso tutto e tutti».

Nelle gare lei ha sempre dimostrato una grande freddezza, intesa come concentrazione. Che si contrappone alla sua riconosciuta timidezza.

«Sicuramente la mia forza mi ha aiutato moltissimo, mi ha consentito di affrontare sempre le competizioni con grande concentrazione. Il momento più importante di una gara? L’inizio è sempre stato quello più bello, quello in cui usciva tutta la preparazione tecnica ed artistica conseguita in mesi e mesi di allenamento».

Di tante competizioni mondiali quale ricorda con più affetto?

«Sicuramente quella di Roccaraso, nella mia regione, nel 1989. Quell’anno confermai il titolo mondiale vinto l’anno prima in America. Mi ricordo di aver percepito il grande affetto della gente che venne da tutto Abruzzo per incitarmi e festeggiarmi. Un’emozione grandissima che ancora oggi ricordo con grande affetto».

E a proposito di affetto dei suoi corregionali bisogna ricordare le grandi feste che a Teramo organizzavano ogni volta che le rientrava dopo una gara.

«Tutte le volte che rientravo davanti all’abitazione della mia famiglia arrivavano da ogni angolo della provincia a festeggiarmi. Ricordo gli striscioni, i fiori, gli abbracci. Tutte le volte era una grande emozione, momenti in cui riuscivo a toccare con mano l’affetto della gente, e nel 2006 la mia città mi ha premiata con il Paliotto d’Oro, il riconoscimento che la Fratellanza Artigiana assegna ai cittadini che si sono distinti».

Di premi lei ne ha davvero ricevuti tanti. Oltre al Paliotto, la medaglia d’oro al valore atletico del Coni e nel 2007 per la sua carriera sportiva l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga la nominò ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica.

«Sì, devo dire che i premi non sono mancati. Al di là del valore simbolico sono la testimonianza dell’affetto e del riconoscimento delle persone e delle istituzioni. Ricordo ancora l’emozione di quando incontrai il presidente Cossiga che mi ricevette come ambasciatrice dei valori italiani nel mondo. Perchè lo sport può essere un veicolo importante per trasmettere determinati messaggi».

Lei ha una figlia che oggi ha 18 anni. E’ vero che le ha impedito di fare pattinaggio?

«E’ vero. Quando era piccola voleva fare questo sport e io non ho voluto, non ho voluto che facesse sport agonistico. Troppi sacrifici, troppa ansia, anche se oggi molto è cambiato rispetto ai miei tempi. Mia figlia ancora mi rinfaccia di non averle fatto fare il pattinaggio».

Raffaella Del Vinaccio a chi deve dire grazie per la sua carriera?

«Alla mia famiglia, a mia madre e a mio padre che mi hanno sempre spronata ad andare avanti. Alla mia preparatrice atletica Nadia Loggi, ai maestri di Martinsicuro Piero Del Zoppo e Mina».

Lei è una grande tifosa del Teramo calcio. Il sogno svanito della serie B?

«Una grande delusione, ma io non smetterò mai di tifare la mia squadra e ogni domenica sono in curva a vedere la partita».

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