Ragazze sfruttate e soldi in Nigeria Il tribunale assolve i sette imputati

Per i giudici il fatto non sussiste, dissequestrati e riconsegnati 200mila euro bloccati dal 2018 Le accuse contestate dalla Procura andavano dalla tratta di esseri umani al riciclaggio di soldi
TERAMO. Le motivazioni, preannunciate tra novanta giorni, diranno il perché.
Per ora c’è un dispositivo di sentenza di primo grado che demolisce l’impianto accusatorio del maxi processo sulla tratta di giovani nigeriane, sul riciclaggio dei soldi provento di sfruttamento e spaccio. La Corte d’assise (presidente il giudice Flavio Conciatori, a latere Francesco Ferretti con i sei popolari) ha assolto i sette imputati (tutti nigeriani) dai reati contestati con formule che vanno dal fatto non sussiste al non aver commesso il fatto. In primis i due che per la Procura erano i presunti capi dell’associazione: Bright Omosigho e Emmanuel Ojemudia (entrambi residenti a Martinsicuro) per cui la Pubblica accusa aveva chiesto una condanna a 9 anni ciascuno. Sono stati assolti insieme agli altri cinque imputati: complessivamente il pm Simonetta Ciccarelli della Procura distrettuale (competente per i tipi di reato contestati) aveva chiesto condanne a trent’anni di carcere. Il tribunale, inoltre, ha disposto il dissequestro e la restituzione dei soldi sequestrati all’epoca agli imputati: circa 200mila euro. Una sentenza arrivata al termine di una istruttoria dibattimentale durata due anni con decine di testi.
Le indagini erano scattate nel 2018 con le successive ordinanze di custodia cautelare. Secondo la Procura una vera e propria organizzazione criminale con un voluminoso giro d’affari: quello con cui i corrieri nigeriani portavano in patria i soldi provento di spaccio e sfruttamento della prostituzione. Somme che, sempre secondo la ricostruzione dell’accusa, andavano da 70mila a 10mila euro in contanti con le banconote nascoste nelle suole delle scarpe, nelle cinture, nella biancheria intima per superare i controlli negli aeroporti. La corposa indagine era nata da una precedente inchiesta scattata sempre nell’ambito di operazioni legate al reato di tratta. L’operazione “Pesha”, appunto dal nome dato alla cellula che da Martinsicuro era arrivata ad Ancona con, per l’accusa, un giro d’affari illeciti in diversi ambiti. Secondo le indagini della squadra mobile teramana gli affiliati residenti a Martinsicuro, due dei quali rivestivano ruoli di responsabilità in un comitato esecutivo della cellula, avevano vari interessi. Se lo spaccio di droga, più fiorente in altri territori, era un’attività residuale, i nigeriani che operavano nella parte nord della provincia avrebbero gestito un giro di prostituzione. Per gli inquirenti un’associazione con rito di affiliazione caratterizzato da una rigida gerarchia. Accuse che, evidentemente, in aula non hanno retto. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Luca Macci, Luigi Ranalli, Gianfranco Di Marcello, Riccardina Leonetti, Serena Romandini, Giuseppe Cutrona. L’avvocato Michela Manente ha assistito alcune ragazze che si sono costituite parti civili.
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