Ragazzo annegato nei vasconi Il tribunale nega il risarcimento

Respinta in sede civile la richiesta della famiglia del 14enne che attraverso un varco nella recinzione entrò con alcuni amici nel bacino del Consorzio industriale. Il giudice: «Colpa solo della vittima»
TERAMO. Per la giustizia penale non ci sono colpevoli, per quella civile nessun risarcimento è dovuto. La famiglia di Lorenzo Di Patrizio, il ragazzo teramano di 14 anni che nel luglio 2009 morì annegato nei vasconi di raccolta del Consorzio per lo sviluppo industriale, ha perso anche sul secondo fronte giudiziario – quello civile, appunto – la propria battaglia per vedere riconosciuta una responsabilità di terzi nella morte del congiunto. Con un’ulteriore beffa: quella di dover pagare oltre 19mila euro di spese processuali sia all’Arap (l’azienda regionale che da qualche anno ha assorbito i Consorzi industriali) che alla Cattolica assicurazioni, chiamata in giudizio dalla stessa Arap.
La tesi dei Di Patrizio, assistiti dall’avvocato Nicola Rago, è sempre stata la stessa, basata sulla semplice osservazione del luogo della tragedia: quel bacino idrico di contrada Carapollo non era sottoposto a vigilanza e non era delimitato da una recinzione idonea, tanto che Lorenzo e i suoi amici vi si erano introdotti facilmente sfruttando un varco nella recinzione stessa (esistente peraltro da anni, come è emerso nei processi penali, e richiuso alla meglio subito dopo l’annegamento del ragazzo). Per questo la famiglia chiede alla magistratura, da 11 anni, di riconoscere un concorso di colpa del tragico evento a carico del Consorzio industriale.
In sede penale la vicenda ha prodotto due distinti processi davanti al tribunale di Teramo: il primo nei confronti di Roberto Paternicò, allora direttore generale del Consorzio, che è stato assolto perché il fatto non sussiste nel febbraio 2014, e il secondo nei confronti di Massimiliano Gramenzi, responsabile del settore Lavori pubblici dell’ente, assolto per non aver commesso il fatto nel luglio 2014. Entrambe le sentenze sono diventate definitive due anni dopo. I Di Patrizio non hanno mollato e nel 2018 hanno intentato causa civile chiedendo il risarcimento dei danni morali e materiali. Ma il tribunale di Teramo (giudice monocratico Mariangela Mastro) ha rigettato la domanda, ritenuta «infondata». Il giudice ha scritto nella sentenza che nessuna responsabilità può essere ascritta all’Arap in quanto, si legge nelle motivazioni, «resta incontrovertibile il fatto che la vittima si sia volontariamente introdotta in un’area non deputata allo svago e si sia avvicinato, in maniera evidentemente imprudente, a vasche non preposte alla balneazione», per cui «occorre concludere che la vittima, con una condotta di abnorme imprudenza e di obiettiva eccezionalità, ha imprevedibilmente deviato dalle regole cautelari esigibili nel caso concreto». Dunque, la condotta dello sventurato ragazzo per il tribunale avrebbe «integrato gli estremi del caso fortuito idoneo a recidere completamente il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno».
La famiglia Di Patrizio è ovviamente sconfortata. Francesca, la combattiva sorella maggiore di Lorenzo, commenta: «Il giudice non ha tenuto conto della corposa documentazione che abbiamo prodotto. Abbiamo anche fatto fare una perizia da un ingegnere dalla quale risulta che ai tempi quel bacino non era adeguato perché le stesse vasche dovevano essere recintate, non era solo una questione di recinzione esterna. Non è stato tenuto conto di questa perizia, né delle testimonianze emerse nel processo penale secondo cui erano anni che chiunque entrava indisturbato nel bacino». I familiari di Lorenzo non sanno ancora se proporranno appello. «Questo lo stiamo valutando», dice Francesca Di Patrizio.
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