“Rianimazione aperta” per i parenti

12 Dicembre 2017

Da gennaio i congiunti potranno stare con i ricoverati nove ore al giorno e senza mascherine o camici

TERAMO. La rianimazione di Teramo è la prima in Abruzzo ad eliminare le barriere, fisiche e mentali, che separano i pazienti dai propri cari. E’ un progetto soprattutto di civiltà quello messo in atto dal personale della rianimazione del Mazzini che, finanziato dalla Regione con 350mila euro, ha deciso di ripensare radicalmente l’organizzazione del reparto. C’è voluto coraggio nel rinunciare a vecchi schemi, entusiasmo per tentare nuovi approcci con i pazienti e i loro parenti e anche molta determinazione. Ma alla fine da gennaio l’orario di visite si estenderà a un totale di 9 ore e i visitatori si dovranno più bardare con mascherine, tute e sovrascarpe, ma a loro basterà lavarsi le mani.
«La buona sanità si fa con le persone che ci credono e ci mettono il cuore», ha ommentato il direttore generale Roberto Fagnano nella cerimonia di presentazione del progetto, «così variamo una procedura innovativa nel percorso di umanizzazione delle cure». «E questo viene fatto», ha aggiunto il primario di anestesia e rianimazione Stefano Minora, «proprio in un reparto che viene visto come “chiuso” con le porte che finora hanno isolato i pazienti ricoverati tutti in gravi condizioni». Ma quelle porte che negli Anni Settanta venivano intese come una protezione sono ora considerate una inutile barriera, fisica e psicologica. La letteratura scientifica oggi evidenzia come la politica di apertura addirittura riduca le complicanze cardiovascolari, le modificazioni ormonali legate allo stress e gli stati di ansia sia del paziente che dei familiari.
Il progetto, firmato da Roberto Berrettoni (all’epoca responsabile del reparto), che si è avvalso della consulenza di Gabriella Lucidi Pressanti e portato avanti con tenacia da due medici della rianimazione, Federica Venturoni e Santa De Remigis, «punta a superare quella separazione che è motivo di sofferenza aggiuntiva, visto che il timore di infezioni è infondato», hanno ripetuto le due dottoresse. La “rianimazione aperta” si avvale di tre figure professionali in più: un biologo per monitorare le infezioni , uno psicologo di sostegno ai parenti e al personale e un fisioterapista per i pazienti. Per ora è una sperimentazione che durerà sei mesi, ma c’è da scommetterci che diventerà definitiva. In effetti già prima dell’avvio di “Ter.ra.” (Terapia intensiva ragionata) l’attenzione al mantenimento del rapporto fra i pazienti e i propri cari non era sottovalutato: l’ingresso pomeridiano di un’ora era stato raddoppiato, ma era sempre poco. E allora è stata consentita la presenza costante in caso di pazienti giovani o per i casi di “fine vita”. «Ma ora, con regole precise e condivise con tutto il personale, i parenti potranno stare con il proprio caro tutto il pomeriggio», spiegano al reparto. «Questo progetto si colloca nell’ambito di una tradizione che ha caratterizzato la rianimazione teramana», ha sottolineato il responsabile, Emilio Rosa, «volta all’apertura alle novità, alla curiosità per le nuove tecnologie, alla voglia di sperimentare nuovi approcci terapeutici e di confrontarsi con altre realtà nazionali». Una disponibilità al cambiamento sposata dal personale a tutti i livelli, che ha seguito appositi corsi di formazione per adeguarsi alla nuova organizzazione e per comunicare in maniera corretta con i parenti. «La rianimazione dell’ospedale di Teramo tratta oltre 300 pazienti l’ anno ed è un carico di lavoro imponente. Sono grato a tutto il personale che ha abbracciato con entusiasmo questa nuova visione del lavoro», ha concluso Fagnano.
©RIPRODUZIONE RISERVATA