Rifiutopoli, Tancredi non va a processo

19 Maggio 2016

Prosciolto dal gup di Roma per non aver commesso il fatto dopo sette anni e un doppio trasferimento dell’inchiesta

TERAMO. Dopo sette anni e due stralci relativi alla competenza territoriale, che hanno portato gli atti da Pescara prima a Teramo e successivamente a Roma, il gup del tribunale di Roma Fabio Mostarda ha prosciolto il deputato di Ncd ed allora senatore del Pdl Paolo Tancredi dall'accusa di corruzione in merito alla cosiddetta “Rifiutopoli” abruzzese. Al termine dell'udienza preliminare il gup ha infatti disposto per il politico teramano il non luogo a procedere per non aver commesso il fatto. L'avvocato di Tancredi Renato Borzone, nel ricordare come siano stati necessari sette anni per arrivare alla fine della vicenda giudiziaria , in una nota ha sottolineato l'impossibilità di esimersi dal «denunciare all'opinione pubblica quanto aveva segnalato già fin dal primo istante dell'inchiesta: la responsabilità del Tancredi era palesemente insussistente, frutto di un acrobatico teorema accusatorio che ha fatto la fine che meritava addirittura in sede di udienza preliminare».

Tancredi era finito sotto accusa per un presunto versamento di 20mila euro versati dall’imprenditore pescarese Rodolfo Di Zio al Pdl su un conto romano del partito. Somma che per l'accusa sarebbe stata la prova della presunta corruzione, con il finanziamento ritenuto una contropartita dell'impegno del politico teramano a sbloccare la questione del termovalorizzatore. La vicenda era uno stralcio dell'inchiesta aperta nel 2010 dalla Procura di Pescara sulla cosiddetta Rifiutopoli con Tancredi che secondo l'accusa, su sollecitazione dell'allora assessore regionale Lanfranco Venturoni (assolto nel processo celebrato a Pescara), si sarebbe fatto garante per la realizzazione di un impianto di termovalorizzazione nel Teramano e per la modifica della legge regionale che prevedeva una percentuale di raccolta differenziata che all'epoca non avrebbe consentito la costruzione dell'impianto. Il tutto in cambio di un finanziamento di 20mila euro da parte di Di Zio a favore del Pdl.

Paolo Tancredi racconta così il proprio stato d’animo al Centro: «Io sette anni fa ero una persona diversa, questa cosa mi ha sicuramente cambiato il carattere. Tutte le volte che un giornale faceva l’elenco di parlamentari sotto inchiesta c'ero anche io, ogni volta che il pm trasferiva un fascicolo voi della stampa riscrivevate la storia e ogni volta dovevi rispiegare tutto daccapo alla gente, facendo una fatica immane. Per non parlare della spesa sostenuta e della perdita di opportunità personali. Tre mesi fa Lupi mi chiamò e mi disse: “Dovevi fare tu il sottosegretario, ma non è opportuno”».

Tancredi è convinto che qualcosa non sia andato per il verso giusto nella sua vicenda giudiziaria: «Vista l’accusa nei miei confronti, e soprattutto il fatto che Di Zio avesse deliberato contributi a tutti i partiti, credo che forse all'archiviazione di questa cosa si potesse arrivare prima. La cosa paradossale è stata che io ero ancora sotto processo quando il mio presunto corruttore era stato assolto perché il fatto non sussiste. Spero che il mio caso sia un elemento di riflessione per chi chiede di allungare la prescrizione. Io credo che la prescrizione sia un caposaldo dello stato di diritto perché non è possibile tenere un cittadino sotto processo all'infinito».

È pur vero che sui tempi ha pesato il doppio trasferimento dell’inchiesta. «È vero», dice Tancredi, «c’è stata la questione della competenza territoriale: ma il mio avvocato a Pescara chiese Roma, il gip incredibilmente ci spostò a Teramo. Poi non volevo apparire quello che cerca di dilazionare i tempi, così a Teramo non chiedemmo noi Roma ma fu il pm a rilevare la propria manifesta incompetenza e il gup accolse. Quello della competenza è un errore dell'accusa».

Restano, al deputato Ncd, diversi rammarichi. «Ieri», dice, «è quattro anni che è morto mio padre, avrei preferito che vedesse la conclusione della vicenda. E poi vorrei dire che non sono solo fatti personali. Senza queste inchieste la Team sarebbe diversa, la sanità abruzzese sarebbe diversa, perché avremmo fatto certe cose. Magari sbagliando, ma non è il magistrato che deve decidere se certe politiche sono giuste o sbagliate».(d.v.)

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