Ripani: rischiano il tracollo anche le aziende sane

Tortoreto, l’amministratrice della storica azienda pellettiera lancia l’allarme «Con uno stop così lungo perdiamo parte dell’export e la progettazione è ferma»
TORTORETO. Lo «scoramento», di un’imprenditrice chiamata a fronteggiare «gli inevitabili tracolli che la pandemia ci sta lasciando in eredità». Carla Ripani scrive una lettera aperta per descrivere la situazione delle imprese costrette alla fermata.
La "Ripani italiana pelletterie", è un’azienda storica di Tortoreto, che opera nel campo della pelletteria da 55 anni e che ha un solido mercato internazionale. Un'azienda sana, che però sta accusando fortemente il colpo dello stop imposto alle attività produttive da un mese. Il problema è che il codice Ateco dell'azienda non è fra quelli che possono ottenere una deroga, perlomeno per la progettazione e prototipia, perchè nella ragione sociale sono inserite solo "produzione e commercializzazione" anche se le due altre attività in azienda si fanno, eccome. Quindi è bloccata anche la progettazione delle borse. In un mese, intanto, non sono stati prodotti 7-8000 pezzi, prevalentemente per l'export. E quindi accade che il negozio monomarca che la Ripani ha a Dubai sarà sfornito di merce proprio in un momento cruciale, la fine del ramadan (23 maggio) che è anche il periodo clou per le vendite.
E ancora: ci sono in ballo 500mila euro di ricevute bancarie ma zero incassi. Infatti – spiega Carla Ripani – chi ha ricevuto la merce invernale chiede di non incassare gli assegni perchè a sua volta con i negozi chiusi non ha guadagnato. Chi ha avuto la ricevuta bancaria della merce spedita adesso, non paga perchè ha il negozio chiuso e quelli a cui si sarebbe dovuto inviare il prodotto hanno chiesto di posticipare.
Sul fermo il paradosso è che lo stabilimento è di 3.200 metri quadrati, per 25 dipendenti: più di cento metri quadri a testa. Lo spazio avanza per il distanziamento sociale. Senza contare che è stata una delle prime a fornire di guanti, disinfettante e mascherine i dipendenti. Carla Ripani, è preoccupata: «Speriamo che ci facciano riaprire lunedì prossimo. Un prolungamento del fermo metterebbe in pericolo molte aziende. La nostra è un’impresa sana, che gode della fiducia delle banche, ma questo stato di cose preoccupa anche noi. Peraltro abbiamo anche un indotto di terzisti che soffre».
La Ripani è una impresa medio-piccola che produce borse di alta qualità. E, fa notare l’amministratrice, non ha la potenza «dei grandi gruppi» per «aggirare il rigore dei decreti e modificare addirittura la volontà del virus». Sono stati vani i tentativi di far ripartire l’attività, perlomeno nella ricerca e sviluppo per la futura collezione. A differenza di quanto accaduto per i grandi marchi, che possono costituire società col codice Ateco giusto. «Vogliamo riaprire con slancio e sicurezza, però mentre attendiamo una risposta, Golia indossa il vestito buono e lascia Davide a combattere gli effetti della pandemia in una fabbrica ancora chiusa», conclude la lettera.
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