Sanità teramana, 700 anni di storia dal medioevo all’ospedale Mazzini

Viene presentato oggi il volume “La pietà e la cura” scritto dal medico Marcello Mazzoni I momenti migliori furono negli anni Trenta e Sessanta del Novecento, dopo arrivò la politica
TERAMO. Prima venne la pietà, poi arrivò la cura. La storia della sanità teramana è ricostruita in un ponderoso studio di oltre 500 pagine da Marcello Mazzoni, medico ospedaliero al "Mazzini" di Teramo per 35 anni. Il suo volume "La pietà e la cura (Storia della sanità e degli ospedali a Teramo)", pubblicato da Artemia Nova editrice, viene presentato oggi alle 17.30, nella sala polifunzionale della Provincia, dall'autore in compagnia dello storico Elso Simone Serpentini e di Gino Roberto Corazza, luminare del policlinico San Matteo-università di Pavia. In due anni di lavoro Mazzoni ha riorganizzato l'enorme mole di appunti accumulata in decenni e ricostruito il mosaico di una storia sanitaria che è anche storia della città.
Fonti della ricerca le antiche carte dell'archivio di Stato e della biblioteca Delfico, i registri del Consiglio degli Ospizi, della Congrega di Carità e dell'Ente Ospedali e Istituti Riuniti di Teramo, i testi degli storici Palma, Muzii, Savini. Due i momenti di fulgore della sanità teramana secondo Mazzoni: «Gli anni Trenta e gli anni Sessanta-Settanta del Novecento. Poi la politica prende il sopravvento e inizia il declino progressivo dell'ospedale». La storia della sanità e degli ospedali a Teramo prende ufficialmente il via nel 1323, scrive nel suo libro Mazzoni, con l'emanazione della bolla del vescovo Niccolò degli Arcioni che affidava la gestione dell'Ospedale di Sant'Antonio all'hospitalario Bartolomeo di Zalfone. Ma ospedali a Teramo dovevano già esistere in epoca precedente. «Il canonico Giacinto Pannella, citando una donazione di San Berardo, vescovo di Teramo, per fondare un ospedale a San Flaviano, oggi Giulianova, osservava che nella più ricca Teramo evidentemente simili istituzioni dovevano essere già presenti». Ospedali e ospizi sorsero in Italia intorno al Mille vicino a chiese e conventi per ristorare pellegrini e in seguito accogliere malati e poveri. Luoghi di pietà, scrive Mazzoni, più che di cure. «Solo a metà Ottocento, dopo le epidemie di tifo e colera, il problema della salute e igiene pubblica venne affrontato con consapevolezza e vigore. Gli ospedali si trasformarono da posti di pietà in luoghi di cura». La svolta per il sistema ospedaliero teramano avvenne tra il 1878 e il 1890 con Berardo Costantini alla presidenza della Congrega di Carità, che aprì la "sezione maniaci", poi manicomio. «Con le rette dei "mentecatti", pagate dalle Delegazioni provinciali di provenienza dei ricoverati, fu creato un business». La fase migliore arriva negli anni Trenta del Novecento. Nel 1931 viene aperto a viale Crucioli il nuovo ospedale Vittorio Emanuele III e tre anni dopo l'ospedale sanatoriale Alessandrini Romualdi, «tenuto dalle suore come una cattedrale». Strutture che danno a Teramo il primato regionale, mentre «Chieti e L'Aquila avevano i loro ospedali in due vecchi conventi e Pescara un abbozzo di medicheria che non poteva definirsi ospedale».
Inoltre nelle strutture teramane operano personaggi come Dario Maestrini («che rischiò di vincere un Nobel»), pioniere della moderna cardiologia, Marco Levi Bianchini, direttore del manicomio e primo divulgatore in Italia del pensiero di Freud, il tisiologo Carlo Sartori, direttore del sanatorio, e il nonno materno dell'autore, Luigi Lucidi, primario di dermatologia. Altro momento di splendore della sanità teramana negli anni Sessanta-Settanta, sotto la gestione di Luigi Lolli presidente e Bernardo Gramenzi direttore sanitario. Fu aperto l'ospedale civile "Mazzini", «presto centro di eccellenza della sanità abruzzese», e l'Ente Ospedali e Istituti Riuniti andò in attivo. «Lolli e Gramenzi erano entrambi democristiani, ma il gioco delle correnti tra Gaspari e Natali li tagliò fuori. L'ente vantava diversi miliardi di attivo al 1° gennaio 1981, quando entrarono in funzione i comitati di gestione, i consigli di amministrazione Ulss composti da politici. Da lì il declino».
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