Santoleri: «Avevo paura di mio figlio»

Il marito della donna spiega perché non ha accusato prima Simone. Per un errore si riapre il termine per l’abbreviato
GIULIANOVA. Un filo conduttore a legare quattro ore di faccia faccia con il pm: «Non ho parlato perchè avevo paura di Simone». Giuseppe Santoleri così spiega al magistrato il perchè di un interrogatorio chiesto un anno dopo l’omicidio della ex moglie Renata Rapposelli in cui ha accusato il figlio di essere l’unico assassino della moglie. Parole trascritte in decine di pagine che diventano nuovi macigni in un processo che potrebbe riservare ulteriori colpi di scena. In questi giorni, infatti, è in corso la notifica di un nuovo decreto che dispone il giudizio immediato per i due a causa di un errore di data. Sul precedente, infatti, era stata indicata la data del 16 gennaio 2018, e non 2019, come prima udienza davanti alla Corte d’assise. Un semplice errore di data, ma nei fatti la nuova notifica potrebbe riaprire i termini per la richiesta di giudizio abbreviato da parte dei due imputati. Ipotesi che l’avvocato Alessandro Angelozzi, legale di Giuseppe, non conferma nè smentisce.
Rito alternativo, quello dell’abbreviato, che invece gli avvocati Gianluca Carradori e Gianluca Reitano, difensori di Simone, non prendono in considerazione. «Per ora prendiamo atto delle nuove dichiarazioni di Giuseppe» dicono i due legali. E’ evidente che le dichiarazioni di Giuseppe Santoleri segnano una nuovo e importante capitolo del caso Rapposelli, con padre e figlio da mesi in carcere con l’accusa di omicidio in concorso Nel voluminoso fascicolo messo insieme dal pm Enrica Medori all’epoca hanno assunto una rilevanza particolare le intercettazioni ambientali catturate in carcere non solo tra Simone e altri detenuti in cui l’uomo avrebbe lasciato intendere un suo coinvolgimento, ma anche quelle tra Giuseppe e altri reclusi. Simone, e fino a qualche giorno fa anche Giuseppe, ha sempre respinto ogni accusa sostenendo che quel 9 ottobre dell’anno scorso ha incontrato la mamma a Giulianova ma poi il padre l’ha accompagnata a Loreto e qui lasciata. Di diverso avviso inquirenti e investigatori di due Procure (quella di Ancona prima e quella di Teramo dopo il passaggio per competenza territoriale) secondo cui Giuseppe e Simone hanno ucciso la 64enne quando lei si è recata nella loro abitazione giuliese dopo aver preso un treno da Ancona, la città in cui viveva dopo la separazione da Giuseppe. Lo hanno fatto al termine di una lite scoppiata per questioni economiche, in un contesto familiare fatto di rancore e odio. Poi i due, sempre secondo l’accusa, hanno chiuso il cadavere in una busta, lo hanno nascosto nella loro auto per qualche giorno, coperto con un grosso scatolone e trasportato fino a Tolentino per liberarsene in una scarpata sulle rive del fiume Chienti. Ad incastrarli, sostiene la Procura, le immagini di una telecamera che ha ripreso la loro macchina proprio vicino a quella zona.
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