Santoleri junior dalla cella: papà mente

Il padre lo accusa di avere ucciso la madre, lui ai suoi legali dice: «Non può aver detto una cosa che non è vera»
GIULIANOVA. «Papà mente». Per 12 mesi sono stati uniti nel ribadire all’unisono la stessa versione su quel giorno di ottobre di un anno fa. Ma oggi Simone Santoleri sa che il padre Giuseppe lo accusa di essere l’unico assassino della mamma, la pittrice Renata Rapposelli. E dal carcere di Lanciano lo urla ai suoi avvocati Gianluca Carradori e Gianluca Reitano: «Non ci credo, non può aver detto una cosa che non è vera».
Le accuse di Giuseppe (quelle in passato intercettate in alcuni colloqui con un altro detenuto) sono finite nel verbale dell’incontro che l’uomo ha avuto con il pm Enrica Medori qualche giorno fa nel carcere di Teramo. Un incontro chiesto da lui «per togliersi un peso» ha detto il suo legale Alessandro Angelozzi. I legali di Simone, prima di commentare, aspettano di conoscere il contenuto del verbale. E’ evidente che le dichiarazioni di Giuseppe Santoleri segnano una nuovo e importante capitolo del caso Rapposelli, con padre e figlio da mesi in carcere con l’accusa di omicidio in concorso e con un processo già fissato per gennaio dopo che la Procura ha chiesto ed ottenuto per entrambi il giudizio immediato davanti alla corte d’assise. Nel voluminoso fascicolo messo insieme dal pm Medori all’epoca hanno assunto una rilevanza particolare le intercettazioni ambientali catturate in carcere non solo tra Simone e altri detenuti in cui l’uomo lascerebbe intendere un suo coinvolgimento, ma anche quelle tra Giuseppe e altri reclusi.
Simone, e fino a qualche giorno fa anche Giuseppe, ha sempre respinto ogni accusa sostenendo che quel 9 ottobre dell’anno scorso ha incontrato la mamma a Giulianova ma poi il padre l’ha accompagnata a Loreto e qui lasciata. Di diverso avviso inquirenti e investigatori di due Procure (quella di Ancona prima e quella di Teramo dopo il passaggio per competenza territoriale) secondo cui Giuseppe e Simone hanno ucciso la 64enne quando lei si è recata nella loro abitazione giuliese dopo aver preso un treno da Ancona, la città in cui viveva dopo la separazione da Giuseppe. Lo hanno fatto al termine di una lite scoppiata per questioni economiche, in un contesto familiare fatto di rancore e odio. Poi i due, sempre secondo l’accusa, hanno chiuso il cadavere in una busta, lo hanno nascosto nella loro auto per qualche giorno, coperto con un grosso scatolone e trasportato fino a Tolentino per liberarsene in una scarpata sulle rive del fiume Chienti. Ad incastrarli, sostiene la Procura, le immagini di una telecamera che ha ripreso la loro macchina proprio vicino a quella zona.(d.p.)
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