Santoleri, la Procura generale: «Confermate le due condanne»

Mancini nella requisitoria definisce granitico l’impianto accusatorio nei confronti di padre e figlio accusati del delitto della congiunta. Si torna in aula il 3 dicembre con le arringhe dei difensori
TERAMO. Quasi due ore per scandire i punti fermi di quella che definisce «un’ammirevole sentenza di primo grado», per confermare «un granitico impianto accusatorio» e per chiedere la conferma delle due condanne. È il procuratore generale Alessandro Mancini a sostenere una certosina requisitoria nel processo d’appello a Giuseppe e Simone Santoleri, padre e figlio (il primo di 71 anni e il secondo di 47) accusati dell’omicidio della 64enne pittrice Renata Rapposelli, originaria di Chieti, ex moglie del primo e mamma del secondo. Entrambi sono accusati di omicidio volontario aggravato e di occultamento di cadavere.
Secondo l’accusa il 9 ottobre del 2017 la donna sarebbe stata soffocata nell’abitazione di Giulianova per questioni economiche e poi portata sulle sponde del fiume Chienti, nelle Marche. In primo grado la Corte d’assise (collegio presieduto dal giudice Flavio Conciatori, a latere Lorenzo Prudenzano) ha condannato Simone a 27 anni (24 per l’omicidio e 3 per l’occultamente di cadavere) e Giuseppe a 24 di cui 21 per omicidio e tre per occultamento. Nel corso di un interrogatorio reso in carcere durante le indagini preliminari Giuseppe ha sostenuto che a soffocare la donna sia stato il figlio Simone.
Un omicidio d’impeto con un movente economico: così, in 103 pagine di motivazioni, i giudici di primo grado hanno spiegato il perché della condanna. Secondo i magistrati, si legge a questo proposito nelle stesse motivazioni, «Giuseppe aveva maturato un’esposizione debitoria nei confronti della moglie e non aveva alcuna intenzione di adempiere. Simone aveva da tempo manifestato la volontà di far desistere la madre dal perseguimento delle somme dovute al marito a titolo di arretrati». Secondo i giudici di primo grado Simone avrebbe messo in atto una serie di depistaggi: «Va osservato che il tentativo di Simone Santoleri di proporre, per vero sin dalle indagini preliminari (ciò che conferma la lucidità dell’imputato nel depistaggio), uno scenario alternativo che coinvolge persona a lui molto legata costituisce esattamente un indizio a carico del prevenuto, in quanto lo sforzo profuso nell’allontanare da sé ogni sospetto fa trasparire la consapevolezza della gravità del litigio verificatosi all’interno dell’abitazione e l’enorme rilevanza di tale fatto ai fini della compiuta ricostruzione della vicenda».
Dopo la requisitoria del procuratore generale, è stata la volta di una delle parti civili: l’avvocato Daica Rometta per l’associazione Penelope. Simone Santoleri è stato presente all’udienza in collegamento video dal carcere di Pescara dove è recluso (il padre è detenuto in quello di Teramo). Il 3 dicembre si torna in aula davanti alla corte presieduta da Armanda Servino con l’arringa dell’avvocato Annamaria Augello che rappresenta l’altra figlia della vittima e i difensori dei due imputati: l’avvocato Cristiana Valentini per Simone e l’avvocato Federica Di Nicola per Giuseppe. Ulteriore udienza fissata al 16 per delle eventuali repliche.
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