Scuccimarra e la sua Teramo «La città mi sembra più vivace»

7 Luglio 2019

L’attrice di teatro si racconta e ricorda gli anni da consigliere comunale con Pannella e Graziani «Il futuro c’è se si riparte dalla cultura. Il ricordo più bello? L’odore dei tigli di quello splendido viale» 

TERAMO. Arguta e dissacrante. Perché in un mondo che tutto centrifuga e troppo anestetizza Grazia Scuccimarra asciuga ogni retorica. Il ritratto della teramanità è un’istantanea quando al telefono da Roma ti dice: «Proprio adesso, come ogni anno, sto partendo per andare al mare a Tortoreto». Attrice, autrice, giornalista, regista, insegnante, madre e oggi nonna, quando le chiedi come abbia fatto a fare tutto la risposta abbatte ogni luogo comune: «Sono nata su questa Terra e ho fatto di tutto per starci in maniera completa». 75 anni a dicembre, di cui quaranta trascorsi in teatro e trenta a insegnare diritto ed economia nelle scuole, sa che il rumore delle parole può essere più forte di una deflagrazione. «Ma non sempre gli altri le vogliono sentire» ti dice quando parla della sua Teramo, del suo sentirsi teramana sempre e comunque, di quei giorni indimenticati e indimenticabili vissuti da consigliere comunale a fianco di Marco Pannella e di Ivan Graziani e di una città «che oggi, comunque, percepisco più vivace nella volontà dei cittadini di capire e di cambiare». Perché la “ragazza degli anni Sessanta”, dal titolo del suo testo più famoso, se chiude gli occhi «sento ancora il profumo dei tigli quando a 16 anni passeggiavo per quel grandioso viale della mia città».
Dal 1990 al 1995 lei è stata consigliere comunale a Teramo espressione di una lista per quei tempi rivoluzionaria già dal nome “Civica, Laica e Verde”. Cosa è rimasto in città di quella esperienza pilota?
«Non è rimasto niente. È rimasta solo la salma di Marco Pannella al cimitero. Purtroppo di quella esperienza così importante e così formativa non è rimasto niente. E questo lo dico con grande dolore perché evidentemente non è passato più di tanto il messaggio che era quello di ripensare il rapporto tra amministrazione e cittadinanza, di individuare modelli di sviluppo diversi con un’ottica allargata soprattutto agli interessi della collettività. Una città diversa, più giusta, in cui vivere meglio. Ricordo che allora proposi di creare un centro studi per studenti stranieri in contrada Casalena (nelle strutture nate per ospitare malati psichiatrici e mai entrate in funzione (ndr) da ospitare negli edifici che avrebbero potuto essere una sorta di campus. C’era da poco Erasmus e pensavo potesse essere un modo per allargare i confini della città, dei suoi cittadini, per aprirsi al mondo. Vuole sapere quanti voti ottenne la proposta? Nemmeno due. Da allora sono passati più di vent’anni e oggi, tutte le volte che vengo a Teramo, vedo quelle strutture di Casalena desolatamente abbandonate e vuote».
Come vede oggi la sua Teramo? È una città che arranca, che cerca faticosamente di andare avanti anche dopo le ferite del terremoto.
«Teramo non è una città finita. Vedo gente più vivace, credo che i cittadini si siano ripresi da un torpore durato parecchi anni. C’è da sperare in un ravvivarsi delle idee e questo lo sto vedendo. Io ho sempre creduto che la questa città fosse uno splendido termometro rispetto agli umori nazionali, da ogni punto di vista. E in questa ottica ho sempre pensato che potesse diventare una città pilota, una città esempio. L’esperienza di quel gruppo politico nato dall’esperienza mia, di Pannella, di Graziani, di Bettini e di tanti altri andava proprio in questa direzione. Poi, così come è successo non solo a Teramo ma un pò in tutta Italia, il cervello si è addormentato. Oggi vedo che qualcosa sta cambiando, che c’è una vivacità di pensiero che comincia a tornare a galla, a indicare strade diverse, soluzioni alternative e questo può solo essere positivo».
Si può ricominciare dalla cultura?
«Si deve ricominciare dalla cultura. Perché la cultura è la parte migliore di tutti noi. È storia, identità valori. Oggi ci troviamo così come stiamo perché parole come cultura, teatro, cinema, scuola, sono scomparse da ogni confronto pubblico, da ogni azione governativa. Si parla solo della questione migranti e questo la dice lunga. Io credo fermamente che sia necessario ricominciare dalla cultura e dalla scuola, luogo deputato perché la società possa migliorare. Lo dico soprattutto da insegnante. Auspico il ritorno del latino nelle scuole medie, il latino di pari passo con il diritto. Ricordo che a chiamarla lingua morta erano i cadaveri della cultura. Ma non solo questo. Sempre perché credo fermamente nel valore della scuola renderei obbligatori, già nelle elementari, dei corsi di educazione civica per inculcare il più possibile il concetto di interesse pubblico. Già comincerei proprio dai più piccoli. Quando nel 1980 iniziai a scrivere “Noi ragazze degli anni ’60”, avevo bene in mente i danni incalcolabili che la politica di quegli anni aveva fatto. Basti pensare a quello che è successo a livello ambientale a causa delle lottizzazioni o della mania di modernizzare tutto distruggendo importanti opere del nostro passato. E penso a Teramo dove in quegli anni hanno abbattuto un teatro dell’Ottocento per costruire un mostro di cemento».
Non ricostruzione ma solo distruzione?
«La politica degli anni ’60 in tutta Italia è stata anche quella che ha modificato inesorabilmente la struttura della politica stessa, sostituendo gli ideali politici di grandi uomini come De Gasperi con i principi propri delle associazioni di stampo mafioso, sistema che poi si è consolidato negli anni successivi. I politici rubavano anche prima, spesso si comportavano male, ma almeno, se venivano scoperti, si vergognavano. Ora neanche quello. Non esiste più la vergogna».
Se le dico Teramo qual è il ricordo più immediato?
«Il profumo dei tigli di quello splendido viale che dall’inizio di piazza Garibaldi scendeva fin giù la caserma. Quando arrivava la primavera il profumo inebriava la città e se chiudo gli occhi lo posso ancora percepire. Il caso ha voluto che quando tanti anni fa sono venuta a vivere a Roma abbia trovato casa proprio in una zona dove ci sono dei tigli. Quando arriva la primavera e mi fermo sul mio balcone romano il ricordo è immediato».
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