Sofferenze bancarie, primi in Abruzzo

19 Febbraio 2016

In provincia i crediti deteriorati sono quadruplicati in 6 anni, arrivando a un miliardo 275 milioni. L’82% è di grandi aziende

TERAMO. La ripresa economica che la provincia di Teramo non riesce ad agganciare. Nel puzzle di una crisi che ancora perdura, oltre ai fallimenti c’è il tassello delle sofferenze bancarie. E se per il Cresa nel 2015 il 55% dei fallimenti in Abruzzo è stato a Teramo (182 su 328), la provincia ha anche un altro triste primato: quello delle sofferenze bancarie. In questi sei anni di crisi sono quadruplicate, passando da 347 milioni del 2009 a un miliardo 275 milioni del 2015. «Al record negativo per i fallimenti vanno sommate, purtroppo, anche le sofferenze bancarie che hanno messo e stanno tuttora mettendo a dura prova il sistema del credito in Italia. Le banche, in generale, nel nostro Paese, ma anche nella nostra provincia, sono in difficoltà per la crescita delle sofferenze bancarie», esordisce Nicola Di Giovannantonio, direttore di Confindustria.

La percentuale dei crediti bancari la cui riscossione non è certa poiché i soggetti debitori si trovano in stato d'insolvenza, in provincia di Teramo, è superiore dell’1,8% a quella regionale. Buona parte delle sofferenze è stata generata da grandi aziende, come nel resto d’Italia. «Secondo uno studio della Cgia di Mestre, l'81% delle sofferenze è stato generato in Italia dai grandi gruppi societari», spiega Di Giovannantonio, «infatti, nei gruppi con affidamento da 500mila euro in su (clientele di medie o grandi dimensioni) si concentrerebbe il 70% circa del totale delle sofferenze rilevate al 30 settembre 2015, con un ammontare di circa 184,4miliardi di euro. Anche in Abruzzo si rileva la stessa tendenza, la percentuale degli affidati in sofferenza è di circa il 45%. E fatto 100 il totale degli affidamenti, il 68,9% è stato erogato al 10% delle aziende. La quota delle sofferenze causate da questo 10% è pari all'81%.Per Teramo il dato è che gli affidati in sofferenza sono di circa il 46,8%; fatto 100 il totale degli affidamenti, il 70,6% è stato erogato al 10% delle aziende e la quota delle sofferenze causate da tale ultima percentuale è pari all'82,1%». A margine c’è da chiedersi se il decreto sulla bad bank per alleggerire i bilanci degli istituti di credito dalle sofferenze non si riduca alla fine a salvare i debiti delle grandi imprese con i soldi dei cittadini comuni.

Comunque, per avere contezza di quanto è stata ed è profonda la crisi in provincia, basta analizzare la serie storica delle sofferenze per il periodo settembre 2009-settembre 2015:tranne qualche trimestre, il trend ha avuto una crescita costante, con un incremento di 928milioni (il 272% circa). «Come si fa a non condividere quanto afferma il segretario della Cgia di Mestre, Renato Mason: "Abbiamo il sospetto che in questi ultimi anni il problema delle sofferenze e degli incagli bancari, sia stato sottovalutato"? Dall'analisi dei dati», osserva il direttore, «è evidente dal punto di vista economico la difficoltà che sta attraversando la provincia di Teramo e come la ripresa tardi a decollare. Così come è evidente che la massa di denaro attualmente incagliata e in sofferenza risulti difficile da recuperare, vuoi per i numerosi fallimenti, vuoi soprattutto per lo stato ancora stagnante dell'economia». E con simili sofferenze, le banche sono restie a concedere crediti alle aziende, generando una spirale perversa che mette ancor più in difficoltà il sistema produttivo. «Suggerire ricette con questi dati è difficile, tuttavia non possiamo non rilevare come nella nostra provincia a fronte di un quadro poco rassicurante ci siano ancora imprese che, con notevoli sforzi, sono ben posizionate non solo sul mercato interno, ma anche sui mercati internazionali. Sono le realtà che hanno investito per tempo in innovazione e ricerca e, soprattutto, nell'ammodernamento della propria organizzazione produttiva, ciò che molti imprenditori oggi ancora tardano a fare», conclude Di Giovannantonio.

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