Spaccio di cocaina, condannati i due complici del carabiniere

Un 36enne di Castelli patteggia due anni. Tre anni e 6 mesi con rito abbreviato a un 46enne di Teramo Il giudice: «Riuscivano a veicolare quantitativi non certo minimali di sostanze stupefacenti»
TERAMO. L’inchiesta è quella che a marzo portò agli arresti domiciliari (successivamente revocati) di Franco Caviti, il 51enne teramano brigadiere dei carabinieri accusato di spaccio di sostanze stupefacenti e per cui la Procura ha chiesto il processo. Con lui vennero arrestati, e poi scarcerati, due uomini accusati di spaccio che nei giorni scorsi sono stati condannati in primo grado al termine di due diversi riti alternativi. Si tratta di Antonio Tortella, 36 anni, di Castelli e Roberto Tarquini, 46 anni, di Teramo.
Il primo, difeso dagli avvocati Antonio e Francesco Valentini, ha patteggiato due anni. Il secondo, assistito dall’avvocato Paola Pedicone, è stato condannato a tre anni e tre mesi al termine di un rito abbreviato. Entrambe le sentenze sono state pronunciate dal gup Marco Procaccini che nelle motivazioni della sentenza di Tarquini ha scritto: «Vale osservare che l’attività di spaccio sul territorio della provincia di Teramo messa in piedi dagli indagati era ormai da tempo consolidata». E ancora: «È emerso che gli indagati riuscivano a veicolare con sicurezza quantitativi di stupefacenti non certo minimali».
Il fascicolo è del pm Davide Rosati. Secondo le accuse messe in fila prima dagli stessi carabinieri che hanno indagato sul collega, all’epoca dei fatti in servizio nella caserma di Castelnuovo Vomano, il militare avrebbe spacciato facendo riferimento a un giro di clienti tra Teramo, Basciano, Torricella Sicura e Penna Sant’Andrea. Le indagini sono partite nell’agosto del 2020 proprio dai carabinieri, insospettiti dal comportamento del collega. Hanno permesso di ricostruire un giro di spaccio che ogni mese, sempre secondo l’accusa, muoveva tra i 300 e i 500 grammi di cocaina. Il sistema ricostruito dagli inquirenti era a credito, non prevedeva quindi uno scambio economico immediato, ma solo a conclusione della vendita dello stupefacente avuto in consegna. Nell’ambito della stessa inchiesta Rosati ha indagato un altro carabiniere con l’accusa di false informazioni al pm (l’articolo 371 bis del codice penale). Una ipotesi di reato che, secondo l’accusa, sarebbe stata riscontrata a carico del militare proprio nell’ambito delle indagini fatte su Caviti. (d.p.)
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