Spari al capo della Motorizzazione Confermata la condanna a 13 anni

28 Luglio 2020

Anche per i giudici d’appello a tentare di uccidere Nino Presutti è stato il 43enne Mancinelli Rimane sempre oscuro il movente, il difensore dell’imputato annuncia ricorso in Cassazione

TERAMO. L’epilogo del processo di secondo grado è la conferma della condanna a 13 anni per il presunto esecutore dell’agguato di Silvi. Anche per i giudici della Corte d’appello dell’Aquila, dunque, quella mattina di giugno di quattro anni fa fu Doriano Mancinelli, 43enne di Silvi imputato per tentato omicidio, a esplodere un colpo di pistola contro la macchina guidata da Nino Mario Presutti, 60enne stimato dirigente della motorizzazione civile di Chieti, originario dell’Aquila e residente a Silvi.
Ma in questa vicenda da brividi, nonostante due sentenze di condanna, manca sempre la risposta più importante: per quale ragione Presutti quel giorno sia diventato il bersaglio di un attentato finito, per puro caso, solo con un buco nella carrozzeria della macchina che guidava. Un attentato senza movente fallito, hanno scritto i magistrati di primo grado nelle motivazioni della sentenza di condanna a 13 anni, «per la non proprio brillante mira del colpevole».
Con la certezza, hanno scritto ancora «che la mancata individuazione di uno specifico movente costituisca una lacuna investigativa che segna in modo sensibile il processo che ci occupa». Pur reputando, hanno sottolineato i giudici di primo grado (collegio presieduto da Sergio Umbriano, a latere Lorenzo Prudenzano (estensore) e Enrico Pompei), «che il mancato accertamento del movente non sia di insuperabile ostacolo alla compiuta identificazione del Mancinelli quale autore dei fatti per cui si procede. Difatti il compendio indiziario nei confronti dell’imputato pare idoneo a collocarlo sul luogo dei fatti al di là del ragionevole dubbio, a prescindere dal movente che lo aveva determinato a commettere i fatti per cui si procede». Ora bisognerà aspettare di conoscere le motivazioni dei giudici di secondo grado (collegio presieduto da Gabriella Tascone) per capire quale sia stata la loro ricostruzione. Questo mentre il legale di Mancinelli, l’avvocato Gennaro Lettieri che in Appello aveva chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto, annuncia ricorso in Cassazione.
Quel colpo di pistola, ha sempre sostenuto la Procura in una difficile ma scrupolosa indagine (il pm Greta Aloisi titolare del fascicolo) fu esploso da Mancinelli. Mandante, sempre secondo la Procura, Domenico Cricelli, il collaboratore di giustizia finito a processo e morto per una malattia prima della sentenza di primo grado. I due hanno sempre negato sostenendo di non aver mai conosciuto Presutti. Le indagini sul movente si sono concentrate sul lavoro del dirigente senza però arrivare a nulla. Presutti, descritto dai colleghi come funzionario diligente e scrupoloso, si è costituito parte civile rappresentato dall’avvocato Marco Femminella. E’ sempre stato presente ad ogni udienza. Di lui i giudici di primo grado hanno scritto nelle motivazioni: «Neppure la vittima di reato, che non risulta essere stata reticente e la cui vita personale e professionale è stata adeguatamente scandagliata in sede di indagini preliminari, è stata in grado di ipotizzare le ragioni per le quali qualcuno potesse desiderare minare la sua autodeterminazione ovvero attentare alla sua integrità personale. Tanto induce a ritenere che l’azione delittuosa fosse tesa, piuttosto, a “togliere di mezzo” il titolare di un ufficio pubblico in grado di incidere su interessi particolarmente rilevanti».
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