Teatro romano, esposto alla Procura

Chiarini e Topitti: «È da verificare se la proposta di recupero corrisponde al progetto approvato in consiglio e alle norme»
TERAMO. La bufera sulla copertura del teatro romano finisce in Procura. A presentare un esposto contro l’ipotesi progettuale elaborata dallo studio Bellomo di Palermo, che prevede l’ingabbiamento dei resti di epoca imperiale in una struttura di vetro e acciaio sono il presidente di Teramo Nostra Piero Chiarini e Antonio Topitti, presidente comunale di Confesercenti. Nel documento inviato ai magistrati i due firmatari sollecitano accertamenti su tre aspetti dell’intervento che nei giorni scorsi ha scatenato furiose contestazioni.
Il primo riguarda la conformità della copertura «a quanto stabilito dagli organi amministrativi comunali e alle direttive di quanto deliberato in primis dal consiglio in merito al recupero funzionale dell’opera». Topitti e Chiarini in sostanza invitano la Procura a rilevare l’evidente difformità tra la proposta inoltrata al Comune dallo studio Bellomo e la deliberazione consiliare del 2010 basata sullo studio di fattibilità commissionato dalla Fondazione Tercas che non prevedeva alcuna copertura per il teatro da riutilizzare come spazio per spettacoli ed eventi dopo la demolizione di palazzo Adamoli e casa Salvoni. Su questo aspetto i due firmatari insistono nel secondo punto dell’esposto, richiamandosi anche a quanto più volte annunciato pubblicamente dall’ex sindaco Maurizio Brucchi sulla necessità di riportare alla luce la cavea sepolta dalle fondamenta dei due edifici. Topitti e Chiarini, inoltre, sollecitano i magistrati a verificare «se quanto progettato e proposto rispetta le norme vigenti a tutela dei beni archeologici e culturali, nonché quelle urbanistiche e ambientali, tenendo conto che il manufatto in vetro e metallo verrebbe realizzato all’interno del centro storico». L’esposto, che comunque segue le rassicurazioni fornite dal Comune sull’impegno a rivedere il progetto della copertura per renderla meno impattante, è motivato con l’esigenza di scongiurare lo sperpero di denaro pubblico, evitando il ripetersi di quanto successo anni fa «con la finta demolizione di palazzo Adamoli».
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