Teleponte alla fine, i lavoratori ora ne chiedono il fallimento

30 Luglio 2016

Istanza presentata in tribunale per avere gli stipendi arretrati. Almonti: «Situazione insostenibile da un anno e mezzo». Brucchi dice che non è finita, Cori punge: «La politica ha voluto questo»

TERAMO. C'è un'istanza di fallimento per Teleponte. A depositarla ieri mattina in tribunale sono stati i lavoratori dell'emittente televisiva che da cinque mesi sono senza stipendio. L'atto segue di 24 ore l'entrata in sciopero a tempo indeterminato degli operatori, da cui è derivato l'oscuramento delle trasmissioni, e segna l'ulteriore irrigidimento della trattativa con l’editore Aldo Di Francesco, al culmine di una vertenza finora senza sbocchi in cui sono stati coinvolti sindacato dei giornalisti, Cgil e Provincia. Proprio nella sala consiliare dell'ente, che tramite il tavolo di conciliazione per le crisi aziendali ha tentato di risolvere il contenzioso, dipendenti e collaboratori di Fin television, società editrice di Teleponte, hanno annunciato la presentazione dell'istanza di fallimento destinata a fare pressione sulla proprietà per il pagamento delle mensilità arrestate.

«E' una fitta al cuore», spiega il direttore Roberto Almonti, «abbiamo garantito le trasmissioni nonostante strumentazioni obsolete e il taglio dell'energia, delle linee telefoniche e di internet veloce che ci hanno costretto a usare i nostri mezzi, ma da un anno e mezzo la situazione è diventata insostenibile». Il racconto dell'agonia della principale rete televisiva teramana va ben oltre il mancato pagamento degli stipendi e abbraccia la progressiva precarizzazione delle condizioni di lavoro fino alla decisione di rivolgersi al giudice come estrema ratio dopo il fallimento delle trattative con l'editore. «Siamo a un bivio», sintetizza Almonti, «la morte definitiva o la rinascita con il rilancio dell'emittente storica».

L'iniziativa è condivisa dai sindacati. «Siamo andati ben oltre la normale resistenza, non possiamo più essere ostaggio di nessuno», sottolinea Franco Di Ventura della Cgil, «questa situazione ad elastico, in cui le soluzioni si avvicinano in una fase e subito dopo si allontanano, non poteva proseguire». Da aprile il corpo redazionale è in stato di agitazione ma, fa notare il sindacalista, l'editore non ha rispettato né gli impegni verbali né quelli scritti. «Non vogliamo celebrare un funerale», tiene comunque a precisare Di Ventura, «speriamo che la situazione si sblocchi, noi ci proveremo fino alla fine». Pina Manente, vicepresidente regionale del sindacato dei giornalisti, affonda il colpo. «La vertenza è contro la società editrice», fa notare, «abbiamo controllato i bilanci, la televisione aveva le gambe per camminare ma è stata mal gestita». E' lei a ricordare gli strenui tentativi per strappare almeno il saldo degli stipendi arretrati. «Abbiamo cercato di tenere il più possibile», spiega, «finché ci siamo accorti che non si poteva andare avanti pur avendo ottenuto piccoli riscontri».

Lavoratori e sindacalisti rivolgono sollecitazioni alle istituzioni i cui rappresentanti siedono al loro fianco. «Ho partecipato a tante trattative per aziende in crisi», sottolinea il presidente della Provincia Renzo Di Sabatino, «ma questa mi tocca ancora di più perché parliamo di persone che stanno a stretto contatto con noi e svolgono una funzione importante». Lui continuerà ad assicurare il massimo impegno per la soluzione della crisi, ma anche la categoria deve fare la propria parte. «L'informazione si riappropri della sua libertà», conclude il presidente, «torni a essere padrona di se stessa». Anche il sindaco Maurizio Brucchi garantisce sostegno ai lavoratori di Teleponte. «E' una giornata triste, una sconfitta per tutti», evidenzia, «ma non sono abituato a deporre le armi prima di essere del tutto sconfitto».

La necessità di «non disperdere un patrimonio così importante» è sottolineata anche dal presidente del Corecom Filippo Lucci, e un appello a salvare almeno il logo di Teleponte per poi costituire una nuova società arriva anche dall'ex direttore Walter Cori, che richiama la politica alle proprie responsabilità. «Questa situazione», dice, «si è determinata perché è stata la politica nel 2008 a volerlo».

Gennaro Della Monica

©RIPRODUZIONE RISERVATA