Teramo-mare crollata: chieste quattro condanne

Il pm: un anno ciascuno per gli imputati, due dirigenti Anas e due costruttori L’ente stradale è parte civile e vuole il risarcimento del danno d’immagine
TERAMO. L’immagine che resterà per sempre è quella dei due poliziotti intenti a bloccare gli automobilisti che rischiavano di finire nel fiume. Perchè qualunque sarà la verità processuale il crollo della Teramo-mare del 22 aprile 2009, nell’ Abruzzo sconvolto dal terremoto aquilano di pochi giorni prima, è una delle tante bandiere bianche issate su un territorio sempre più in balìa di se stesso.
Dopo cinque anni, decine di udienze, consulenze e scontri tra periti, ieri la pubblica accusa ha fatto le sue richieste nei confronti dei quattro imputati: un anno ciascuno per crollo colposo. A processo ci sono due costruttori e due dirigenti dell’Anas: si tratta di Fortunato Capulli, aquilano, direttore dei lavori Anas; Egidio Colagrande, aquilano, direttore delegato dei lavori Anas, Pietro Cosentino, napoletano, procuratore speciale delle imprese esecutrici dell’opera costituitesi in Ati e Alfonso Giuseppe Di Giunta, direttore tecnico. Ieri la requisitoria della pubblica accusa (rappresentata in aula dal vpo Donatella Capuani), le arringhe della parte civile e di uno dei difensori, l’avvocato Attilio Cecchini. Il 10 dicembre le arringhe degli altri due difensori e la sentenza del giudice monocratico Roberto Veneziano. Che dovrà decidere anche sulle richieste avanzate dal legale dell’Anas che si è costituita parte civile e ha chiesto un danno d’immagine. Quella mattina di cinque anni fa un tratto della carreggiata della superstrada in direzione Giulianova venne ingoiata dalla piena del Tordino.
Secondo l’accusa della procura (pm titolare del caso il sostituto procuratore Roberta D’Avolio ora in servizio alla procura dell’Aquila) la strada franò perché non era stata costruita seguendo le norme e soprattutto perché non era stato utilizzato il materiale adatto per il cosiddetto “rilevato” stradale sotto il tappeto d'asfalto. E’ questo il nocciolo duro del consulente dell’accusa Fernando Imbroglini che nella sua deposizione in aula ha ribadito: «Quel crollo ci fu perché l'opera non venne realizzata seguendo le regole previste per la costruzione di strade vicino ai corsi d'acqua». Solamente utilizzando i materiali e le tecniche costruttive prescritti, secondo lui, si poteva evitare che l'esondazione del Tordino (fenomeno ipotizzabile in quel tratto, vista la vicinanza della strada al fiume) potesse scavare il rilevato e ingoiare la strada. Ma quelle opere – peraltro previste nel capitolato d’appalto – non sono state fatte e quel 22 aprile 2009 sulla carreggiata in direzione Giulianova, poco oltre lo svincolo di Sant’Atto, si rischiò la tragedia: una pattuglia della polizia stradale fermò il traffico appena in tempo. Prima l’inchiesta e poi il dibattimento hanno ripercorso tutte le fasi della realizzazione della strada: dai progetti iniziali alle varie perizie di variante fino alle autorizzazioni rilasciate, anche se parte del materiale richiesto dai magistrati inquirenti non è stato acquisito perchè andato distrutto con il terremoto visto che il compartimento regionale dell’Anas si trova all’Aquila.
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