«Teramo si può ancora rialzare»

7 Ottobre 2016

Le reazioni all’allarme dei commercianti: tutti concordano su crisi e declino ma la vedono meno nera

TERAMO. I commercianti gridano alla morte della città, sprofondata nella voragine del cantiere "senza fine" di corso San Giorgio, e l'allarme che accompagna il funesto presagio suscita reazioni contrastanti.

Tra i protagonisti della scena economica, imprenditoriale e culturale cittadina la visione apocalittica evocata dalla protesta dei negozianti, accampati da mercoledì all'incrocio tra via Carducci e via Duca d'Aosta per denunciare lungaggini ed errori da parte di soprintendenza archeologica e Comune nell'intervento di riqualificazione della strada principale del centro, trova riscontri di segno opposto. «Parlare di città morta o morente è esagerato», spiega Cesare Zippilli presidente provinciale di Confindustria, «ai commercianti non si può che esprimere la piena solidarietà per le perdite che subiscono a causa della chiusura del corso, ma anche le contestazioni più forti e motivate non devono sconfinare nell'offesa o nell'esasperazione». Lo spirito imprenditoriale spinge il massimo rappresentante degli industriali a sottolineare che «la prospettiva alla città gliela diamo noi», Zippilli, dal punto di vista del suo settore, ha un quadro meno fosco della situazione rispetto ai commercianti. «Notiamo vitalità», chiarisce, «le aziende che hanno investito sono in crescita, chi non l'ha fatto è in difficoltà». Il vero problema, secondo lui, resta la burocrazia a cui vanno addebitate le colpe anche dei ritardi nel cantiere di corso San Giorgio. «Il Comune ha fatto una cosa buona pianificando l'intervento di riqualificazione», sottolinea, «ma non si può bloccare tutto alla prima pietra che salta fuori dal terreno». L'unica soluzione possibile, però, è "fare squadra" per spingere la Soprintendenza a far ripartire i lavori. «Se ci fermiamo sulle polemiche alla ricerca del colpevole», conclude, «non andiamo da nessuna parte».

Si muove su una linea di pensiero diversa il regista e fondatore della storica compagnia teatrale "Spazio tre" Silvio Araclio. «Teramo non è mai stata una città nel senso pieno del termine», afferma, «e si sta sempre più ridimensionando al rango di cittadina». Non è solo effetto delle ripercussioni locali di fenomeni nazionali e internazionali, ma anche di quella che Araclio definisce una «crisi amministrativa interna» che si traduce nell'assenza di visione complessiva e prospettica. «Non c'è responsabilità condivisa, presentata e affrontata in modo radicale», spiega il regista, «nessuno guarda più fuori dalla finestra, altrimenti si renderebbe conto della situazione». Teramo, a detta di Araclio, non ha neppure i tratti «di un'elegante signora disfatta com'è Ascoli, col tempo sta diventando vecchia e brutta». La questione va oltre la sola carenza di risorse economiche. «I soldi non sono tutto», insiste Araclio, «le vicende vanno cavalcate». Così, anche un intervento di riqualificazione urbana importante non è decisivo né sufficiente a invertire la rotta. «Mi rendo conto dei problemi e della protesta dei commercianti», conclude il fondatore di "Spazio tre", «ma non è il corso che salva la vita della città, ci vuole uno sguardo complessivo che al momento manca.

Secondo Alfonso Marcozzi, presidente dell'Api, l'associazione delle piccole imprese, e dell'ordine provinciale degli ingegneri, Teramo risente della crisi generale. «Ne soffre anche di più», osserva, «perché è fatta di piccole realtà che faticano a trovare una via d'uscita». Anche per lui, però, l'immagine di una città ormai morta è eccessiva. «Sono ottimista», fa sapere Marcozzi che è anche impegnato nel sociale come presidente del comitato di quartiere della Gammarana, «a livello imprenditoriale chi ha voglia di andare oltre anticipando i processi che cambiano in modo radicale, trova spazio e avrà un futuro prospero». Innovazione e investimenti servono soprattutto a livello di pubblica amministrazione. «Una classe dirigente più attenta anche a livello locale, non sarebbe male», conclude, «ma più che la burocrazia sono i meccanismi stantii e lenti a creare problemi».

Gennaro Della Monica

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