Teramo, via Longo tra muffe e abbandono: «Aspettiamo lavori da vent’anni»

foto di Giampiero Marcocci
Gli inquilini mostrano le ferite delle loro case: «Tante promesse ma la situazione intanto peggiora». Due palazzine sono vuote da tempo, in attesa di un progetto di recupero e riqualificazione
TERAMO. Tra i palazzi di via Longo il tempo sembra sospeso fra un passato di vita semplice, autentica e rumorosamente popolare e un futuro che si fa fatica a scorgere. Nel mezzo c’è il presente fatto di porte e finestre sbarrate, muffe e calcinacci, transenne e abbandono. Via Longo e le sue palazzine di edilizia residenziale, austere e snelle, sono lì da più di settant’anni a raccontare la storia di una città e di un Paese intero. Una storia scritta da quelle famiglie numerose che hanno raccolto i cocci del dopoguerra e da una classe operaia che ha fatto studiare i suoi figli. Spesso per vederli andar via. Nel quartiere più popolare della città, oggi l’aria è cambiata. Un “oggi” che abbraccia almeno vent’anni. Perché è da almeno due decenni che le famiglie rimaste in via Longo, circa trenta, aspettano gesti di cura da parte del Comune. Gesti promessi, programmati, progettati ma mai arrivati.
Lauretta Zivelonghi ha 82 anni, più della metà vissuti in via Longo: «Povera la povera gente», dice aprendoci le porte di casa, scusandosi per un disordine che non c’è e per quella muffa che «nessuno viene a togliermi via: in cucina, in bagno e in camera da letto. Da più di due anni ci vivo insieme», racconta con sorriso amaro e col tono rassegnato di chi sa che deve cavarsela da sé. E così ogni giorno, con la stessa pazienza con la quale cura i fiori nella piccola aiuola davanti casa, cambia il cartoncino che ripara la sua dispensa in legno dal muro ammuffito.
Franco Di Berardino in via Longo ci è praticamente nato: «Sono qui dal 1952, avevo appena 7 anni: il mio papà ha realizzato il balconcino che non c’era e nel tempo io ho curato questa casa per renderla accogliente. Ma ciò che c’è fuori e intorno non dipende da me. E così cadono calcinacci, ci sono infiltrazioni oltre al degrado attorno alle due palazzine sgomberate anni fa». Di Berardino non nasconde amarezza e rassegnazione per la mancata manutenzione: «Sono vent’anni che aspettiamo, inutilmente. Abbiamo sentito tante parole e ascoltato di tanti progetti, ma la situazione è solo peggiorata».
Il riferimento è alla condizione generale del quartiere: dagli interventi dentro gli appartamenti abitati al recupero delle due palazzine sgomberate e divenute spesso rifugio per persone in difficoltà. E in uno di quei rifugi, nell’inverno del 2022, una giovane coppia senza fissa dimora ha trovato la morte per intossicazione da monossido. Da quel momento gli accessi sono stati sbarrati ma tutto intorno il degrado è evidente: spazi verdi abbandonati, rifiuti in strada e transenne davanti ai portoni delle case regolarmente occupate per evitare che i calcinacci possano ferire qualcuno. Il Comune nei mesi scorsi ha annunciato il recupero di una delle due palazzine vuote con l’attivazione di un mutuo da 2,5 milioni di euro e un progetto in fase di definizione.
Ma tra gli abitanti del quartiere regna scetticismo: «Negli anni nulla è cambiato e tutto qui intorno lo dimostra. Eppure per un’amministrazione l’emergenza abitativa dovrebbe essere una priorità», dice Marcella Gambassi, residente di via Longo. Dalla sua cucina il profumo di caffè invade tutta la scalinata e scende giù fino al primo piano, confondendosi con quello del bucato che la signora Emirena Lazzarini stende sul suo balconcino. Con i suoi 83 anni, non si arrende alla bruttezza: «Qui cadono i pezzi dai balconi e dalla facciata esterna del palazzo. Ma i problemi sono tanti e io ogni volta, quando posso, vado a parlare con l’assessore per chiedergli quando verranno a sistemare. Finché me la sentirò, continuerò a chiederlo», dice Emirena.
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