Truffa al baby calciatore Condannato Di Nicola

29 Gennaio 2019

Nove mesi all’ex dirigente dell’Aquila calcio e a un procuratore di giocatori Incassarono i soldi dei genitori ma il ragazzo non poteva essere tesserato

TERAMO. È ancora in un’aula di tribunale che il calcio mostra la sua faccia peggiore. Una sentenza di condanna di primo grado racconta una presunta truffa con dei genitori pronti a pagare per inseguire un contratto da professionista per il figlio 17enne e due esponenti del mondo del pallone decisi ad incassare i soldi (17mila euro ) facendo credere di far giocare il ragazzino nell’Aquila Calcio. Ma quel calciatore di nazionalità albanese non avrebbe mai potuto essere tesserato visto che in serie C (in cui all’epoca militava la squadra) possono giocare solo cittadini comunitari.
Sotto accusa sono finiti il teramano Ercole Di Nicola, all’epoca dei fatti contestati (il 2011) dirigente dell’Aquila Calcio e successivamente coinvolto nell’operazione “Dirty Soccer”, e il campano Domenico Falanga nella sua veste di procuratore di calciatori. Ieri mattina i due sono stati condannati a 9 mesi ciascuno per truffa. Il giudice, che ha stabilito anche un risarcimento per le parti civili (il ragazzo e i genitori), ha riconosciuto come responsabile civile l’Aquila calcio 1927, che nel frattempo non esiste più perché fallita.
Gli atti giudiziari raccontano la storia di due genitori albanesi trasferiti a Torino con due figli, con il papà che da giovane ha militato nella Nazionale albanese e con il sogno di veder diventare il figlio un campione. Raccontano che il ragazzo viene notato da Falanga che prospetta loro di farlo giocare da professionista e individua per lui la squadra dell’Aquila calcio. Ma ricostruisce il giudice onorario Carla Fazzini nelle motivazioni contestuali della sentenza «lo stesso riferisce ai genitori che la società dell’Aquila calcio era in gravi difficoltà economiche per cui i genitori avrebbero dovuto versare i soldi per pagare vitto e alloggio». Così i genitori raccolgono i soldi, anche quelli messi da parte per le spese mediche, e consegnano otto assegni per un importo complessivo di 28mila euro. L’accordo è che vadano incassati dall’Aquila calcio solo al momento del contratto. Nella lunga istruttoria viene ricostruito che Falanga consegna gli assegni a Di Nicola che però, scrive il giudice «in violazione degli accordi presi negoziò tutti gli assegni utilizzandoli in proprio favore».
Nel frattempo il ragazzino arriva all’Aquila Calcio e inizia gli allenamenti. Quando viene sentito in aula di quel periodo racconta, si legge ancora nel dispositivo, «di aver sofferto la fame e di aver dormito su una brandina lungo il corridoio della villa dove erano in ritiro per gli allenamenti». Va avanti così per qualche mese fino a quando arriva il no al tesseramento che, sostiene il giudice, era circostanza conosciuta dai due. Scrive a questo proposito il magistrato: «Il Di Nicola, dietro le spinte della madre del ragazzo, si convinse ad incontrare la donna e il ragazzo all’Aquila per la firma del contratto e così accadde, ma quel contratto, che in realtà era un tesseramento Lega Rpo, non era possibile avallarlo per la questione della cittadinanza, anche in quella occasione il Di Nicola non rappresentò alle parti offese tale ostacolo, ma alimentò ancora di più le loro aspettative. Il Falanga, in particolare, prometteva al giovane che avrebbe giocato con l’Aquila Calcio, nonostante la conoscenza della sua nazionalità albanese che avrebbe ostacolato il tesseramento». Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Libera D’Amelio e Antonello Falanga. Per L’Aquila calcio l’avvocato Roberto Madama. Le parti civili erano rappresentati dagli avvocati Giulio Michele Lazzaro e Corrado Imarisio.
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