Truffa dei cartellini Asl Processo d’appello da rifare

La Cassazione accoglie il ricorso di due dei tre tecnici assolti in primo grado e condannati in secondo. Procedimento bis davanti ai giudici di Perugia
TERAMO. Ci sarà un nuovo processo d’appello per la presunta truffa dei cartellini alla Asl teramana, vicenda giudiziaria che si trascina dal 2013.
Così ha deciso l’altro ieri la Cassazione che ha accolto il ricorso presentato dai legali di due dei tre tecnici dell’azienda sanitaria assolti in primo grado e successivamente condannati dalla Corte d’appello dell’Aquila (collegio presieduto da Aldo Manfredi). Nel maggio del 2019, infatti, i giudici di secondo grado, dopo il ricorso della Procura, hanno riformato in parte la sentenza del tribunale teramano confermando la piena assoluzione per il dirigente del Sian Maria Maddalena Marconi e per quello del settore prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro Valerio Benucci , mentre hanno condannato i tre tecnici. Sergio D’Ostilio, all’epoca dei fatti tecnico coordinatore della prevenzione del Sian ed ex vicesindaco di Bisenti, è stato condannato a 9 mesi, mentre Marcello Volpi, tecnico della prevenzione del Sian e Guido De Carolis, tecnico del servizio di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro, sono stati entrambi condannati a 7 mesi. D'Ostilio era accusato anche di peculato per un presunto indebito utilizzo dell'auto aziendale che, sempre secondo l'accusa della Procura, avrebbe utilizzato e che sarebbe risultata parcheggiata sotto la sua abitazione: reato, quest’ultimo, per cui l’appello ha confermato l’assoluzione di primo grado.
Volpi e D’Ostilio (assistiti dagli avvocati Daniele Di Furia e Stefano Maranella) hanno impugnato il provvedimento davanti alla Suprema Corte e i giudici hanno accolto il ricorso rinviando gli atti per competenza alla Corte d’appello di Perugia per un nuovo processo. Secondo gli Ermellini, in particolare, «non sarebbe stato scrutinato né il tema decisivo della conoscenza effettiva della revoca dei provvedimenti autorizzatori in capo ai ricorrenti, né quello, altrettanto rilevante, del contenuto dei provvedimenti di autorizzazione e revoca».
I tre tecnici dovevano rispondere di truffa aggravata perché, secondo le accuse, avrebbero timbrato il cartellino, in numerose occasioni, in un ufficio diverso dalla propria sede di lavoro. I dirigenti, invece, dovevano rispondere di concorso in truffa aggravata con gli altri imputati perché accusati di averli autorizzati illegittimamente a timbrare in altre sedi rispetto a quella di lavoro. (d.p.)
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