«Tutti bevono, chi non lo fa viene isolato»

8 Marzo 2017

La testimonianza di un sedicenne rosetano. La preside: «Ci scontriamo con i genitori sulle regole del vivere quotidiano»

ROSETO. «Un maggiorenne va nel supermercato e acquista alcol, poi esce e lo distribuisce a noi che ce lo beviamo in piazza». È una prassi consolidata, confermata da un giovane rosetano di 16 anni. La ragazza minorenne andata in coma etilico sabato sera ha scatenato nelle piazze, reali e virtuali, una serie di reazioni e commenti contrastanti. Disagio sociale, mancanza di spazi ricreativi per i giovani, scarso dialogo con i genitori? Sono tanti i temi sui quali si discute. La voglia di apparire più che essere, il bisogno di conformarsi agli altri, l'assenza di obiettivi, la noia che ti porta allo sballo. «Esci in gruppo e tutti bevono», continua il ragazzo di 16 anni, «e se non lo fai ti isolano. I miei genitori mi lasciano ampia libertà, con loro purtroppo non c'è molto dialogo. Il sabato torno da scuola, esco di casa alle due e rientro, se va bene, alle tre di notte».

Domenico Faragalli, noto preparatore atletico, vive nel mondo dello sport e della scuola, essendo preparatore atletico ed educatore. Ha due figli, uno di 21 anni, l'altro di 16, e incontra ogni giorno tanti ragazzi ascoltando le loro difficoltà. «Negli ultimi anni», dice Faragalli, «questo fenomeno ha preso una brutta piega. La cosa preoccupante che vedo nei ragazzi è la loro propensione a fare un uso smodato di alcol, quasi come una sfida con i loro coetanei. È diventata una vera e propria moda». La sua vicinanza ai giovani gli permette di dare loro alcuni consigli: «Come educatore cerco di far capire ai ragazzi che bisognerebbe approcciarsi a ogni cosa con uno spirito critico, cioè capire ciò che si va a fare e non farsi massificare. Oggi se bevi sei un figo, se non lo fai non sei nessuno, ma non è così». Il ruolo del genitore è complicato, e Faragalli lo sa. «Molti genitori parcheggiano i figli nelle piazze perché non hanno tempo di seguirli, ed è lì che diventa un dramma perché vengono a mancare punti di riferimento. Il problema non sono gli spazi fisici che mancano, ma sono gli spazi vuoti che i ragazzi oggi hanno dentro e li vanno a riempire con l'alcol. Non è solo colpa loro però». No, non solo. Tutti sono coinvolti, dai genitori alla scuola, alle istituzioni. Sabrina Del Gaone è la preside dell'istituto superiore Moretti. «Per ovviare a questo problema organizziamo degli incontri», spiega la dirigente, «con personale specializzato, ma notiamo che non attecchisce tra le famiglie. Continuamente mi scontro con i genitori perché cerco di far passare alcune regole del vivere comune quotidiano. In questo momento dobbiamo fare un grosso esame di coscienza e poi muoverci tutti insieme nella stessa direzione, senza individualismi. Lavorare in sinergia con le due scuole superiori e le istituzioni per creare un percorso che vada a combattere la problematica».

Elisabetta Di Gregorio, preside del liceo Saffo, è dello stesso avviso: «Sono necessarie campagne informative e di sensibilizzazione sul problema e le sue conseguenze e sono disposta a collaborare con l'istituto Moretti e le istituzioni. Il problema c'è e non si può nascondere, ma occorre anche che le forze dell'ordine siano più presenti sul territorio nelle zone nevralgiche». L'alcol, purtroppo, arriva anche ai giovanissimi, ai ragazzi delle scuole medie. «Crescere è molto difficile», dice Maria Gabriella Di Domenico, dirigente dell'istituto comprensivo Roseto 1, «e le difficoltà nel cambiamento dell'approccio delle nuove generazioni verso i problemi viene condiviso sia dai genitori sia da noi. Bisogna indirizzare i ragazzi verso uno stile corretto di vita con la collaborazione tra scuola e famiglia».

Luca Venanzi

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