«Uccisa da chi la credeva un pericolo»

4 Marzo 2018

Il nuovo appello dei genitori dopo la chiusura dell’inchiesta con un indagato per pedopornografia. Il legale: chi sa parli

TORTORETO. E’ una notte infinita quella della morte di Giulia, fatta di racconti contrastanti e interrogativi senza risposta. Ma anche di verità che resistono nel tempo. Ne hanno la certezza Meri Koci e Luciano Di Sabatino che all’ipotesi del suicidio non hanno mai creduto. Perchè prima di essere mille altre cose questa è la storia di due genitori che non si sono mai arresi. E oggi che le nuove indagini fatte dalla Procura teramana su richiesta del gip si avviano a conclusione e che all’Aquila si profila una richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura distrettuale di una cosa sono convinti: « Giulia ormai da mesi si era allontanata da amicizie pericolose ed è stata uccisa perchè qualcuno temeva che potesse parlare».
Giulia Di Sabatino quel giorno di settembre di tre anni fa aveva appena compiuto 19 anni quando precipitò da un viadotto dell’autostrada A14 e venne dilaniata dalle auto. Il dopo è quello di un’inchiesta aperta dalla Procura teramana per istigazione al suicidio con tre indagati e di una successiva richiesta d’archiviazione crespinta dal gip Domenico Canosa che, nell’accogliere la richiesta di opposizione della famiglia, dispone che i pm Davide Rosati e Enrica Medori (titolari del fascicolo) facciano nuove indagini. Il cui termine ultimo è fissato per marzo. Nel frattempo la Procura distrettuale dell’Aquila (il pm titolare è David Mancini) ha chiuso l’inchiesta per pedopornografia con un indagato sul cui telefono cellulare sono state trovate foto osè di Giulia minorenne. Due indagini che per i familiari non possono non essere collegate.
Dice l’avvocato Antonio Di Gaspare che dall’inizio assiste i genitori di Giulia: «Nell’inchiesta dell’Aquila ci sono altre ragazze vittime come Giulia. Non sappiamo fino a che punto Giulia potesse essere coinvolta, ma sappiamo che da almeno sei mesi aveva preso le distanze da queste amicizie. Noi siamo convinti che qualcuno temesse che Giulia una volta allontanatasi potesse parlare e quindi essere un pericolo. Per questo siamo convinti che dopo i fatti emersi dall’inchiesta aquilana le nuove indagini della Procura teramana non si possano chiudere con una nuova richiesta di archiviazione. Anche alla luce di quanto emerso dalle ricostruzioni fatte dai nostri consulenti e dai nuovi accertamenti». Perchè, sostiene il legale, i nuovi accertamenti disposti dalla Procura qualche zona d’ombra avrebbe fatto emergere: a cominciare dalle contraddizioni presenti nelle ricostruzioni fatte dal giovane alla guida della Panda Rossa che quella sera sarebbe stato l’ultimo a vedere Giulia. «Dalle intercettazioni fatte», dice Di Gaspare, «emerge che si contraddice nella ricostruzione che riferisce a familiari, investigatori e medico. Ad una familiare dice che lo ha saputo dai giornali e agli inquirenti dice che lo ha saputo dalla sorella. E anche sulle celle telefoniche che agganciano il suo cellulare nulla è stato chiarito anche con la consulenza fatta». Fondamentali, aggiunge il legale, le ricostruzioni fatte dai loro consulenti: l’ingegnere Giuseppe Monfreda che esclude che i resti del corpo siano compatibili con una caduta dall’alto; la psicologa Virginia Malori che esclude il fatto che Giulia potesse pensare al cuicidio e la criminologa Roberta Bruzzone. Conclude il legale: «La chiusura dell’inchiesta aquilana dimostra che molte persone non hanno detto la verità e tutto quello che sanno sulla morte di Giulia». E in un’indagine penale le omissioni equivalgono ad aver compiuto qualcosa contro la legge.
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