Uccise la compagna: 21 anni di carcere

28 Settembre 2021

Cristian Daravoinea aveva confessato di aver accoltellato a morte la donna, cade l’aggravante dei motivi futili e abietti  

TERAMO. Le sentenze hanno una forza propria, sono frutto di un percorso rigoroso e approfondito. Sempre. Premessa necessaria per fare la cronaca di una condanna. Quella a 21 anni di Cristian Daravoinea, il 36enne cittadino romeno che la sera del 9 ottobre del 2019 accoltellò a morte la compagna Mihaela Roua, connazionale di 32 anni, mamma di una bambina di sei.
Quella sera tutto quello che questa giovane donna sognava per sè e la figlia sfumò in un attimo tra la camera da letto e la cucina dell’appartamento di Nereto, tra i giochi della piccola, le foto sorridenti sparse sui mobili di casa e i due fendenti al cuore. Lei e lui si stavano separando, litigi continui: particolari diversi in storie drammaticamente uguali a scandire un’altra tragedia nell’Italia dei femminicidi. Il pm Davide Rosati, magistrato di lunga esperienza da sempre in prima linea con alle spalle decine di casi di omicidi di donne (si è occupato anche di quello di Melania Rea), lo ricorda spesso nella sua requisitoria ma è chiaro quando dice: «È previsto l’ergastolo, ma non possiamo trattare tutti gli omicidi allo stesso modo».
Ricostruisce la dinamica, le coltellate (due mortali e altre quattro lievi), parla di sentimenti cambiati da tempo tra i due ma non contesta la premeditazione. Ricostruisce, giuridicamente, quello che per lui è un’azione conseguenza di un dolo d’impeto. Tratteggia la figura dell’imputato: dal tentativo di uccidersi dopo l’omicidio alla confessione.
Insiste sull’aggravante dei motivi futili e abietti (contestato insieme a quello del rapporto di convivenza), ma chiede la concessione delle attenuanti generiche. Richiesta, quest’ultima, che lascia subito intuire la sua richiesta finale: una condanna a 24 anni. «Niente giustifica un omicidio», ripete, «ma non tutti gli omicidi sono uguali. Giuridicamente sono diversi. Il magistrato deve rispettare le verità storiche, soprattutto quelle a favore dell’imputato». La Corte d’assise (presieduta da Domenico Canosa, a latere Morena Susi e i giudici popolari) dopo quattro ore di camera di consiglio emette un verdetto che accoglie la richiesta del pm con il riconoscimento delle attenuanti generiche e va oltre escludendo l’aggravante dei motivi futili e abietti. Inoltre responsabilità genitoriale sospesa e provvisionale immediatamente esecutiva di 100mila euro per la figlia. Per i familiari della vittima «una pena troppo lieve». Le motivazioni annunciate tra novanta giorni. Tutto il resto è una mamma che non c’è più e la vita stravolta di una bambina.
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