Uccise un uomo, si toglie la vita in carcere

La vittima è Dante Di Silvestre, il caldaista di Mosciano condannato a 12 anni. Trovata una lettera, prima ha telefonato a casa
TERAMO. Un dolore di quelli che aprono il cuore e non sanno più rimetterlo a posto. Che ti succhia gli anni. Perché, raccontano, non ci fosse giorno in cui Dante Di Silvestre non pensasse all’uomo assassinato nel 2016 con una coltellata sferrata al culmine di una lite stradale. Il 64enne caldaista di Mosciano, detenuto modello benvoluto da tutti che scontava una condanna a 12 anni passata in giudicato dopo il varo della Cassazione, si è ucciso nel tardo pomeriggio di ieri nel carcere teramano di Castrogno. Si è impiccato in un cortile interno dopo aver lasciato una lettera e aver chiamato un familiare. Un ultimo saluto prima di un gesto che, molto probabilmente, era stato pensato e preparato da tempo .Ora sarà un’inchiesta della Procura a circostanziare per sempre fatti e momenti, a srotolare negli atti di un fascicolo giudiziario la vita di un uomo, artigiano e padre di famiglia, che dall’inizio di questa drammatica vicenda non si era mai stancato di ripetere: «Non volevo uccidere nessuno, ma purtroppo è successo e non smetterò mai di pensare all’uomo che non c’è più per colpa mia». L’allarme è scattato poco dopo le 18 di ieri quando un agente ha trovato il corpo: i soccorsi sono stati immediati, ma per il 64enne non c’è stato nulla da fare.
L’OMICIDIO. Nel giugno del 2016 Di Silvestre venne arrestato dopo aver accoltellato e ucciso l'imprenditore informatico 41enne di Giulianova Paolo Cialini al termine di un diverbio scoppiato per motivi stradali tra i due che non si erano mai visti fino a quel drammatico momento. Un fendente sferrato all’angolo tra viale Orsini e via Verdi a Giulianova davanti agli occhi della figlioletta della vittima: una bimba di 6 anni rimasta nell’auto del papà e unica testimone. Fu lui stesso a chiamare il 118 per chiedere aiuto. Omicidio volontario sia per il primo grado (con una condanna a 14 anni al termine di un rito abbreviato) e sia per il secondo con la pena ridotta a 12 anni, 2 mesi e 20 giorni. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado il giudice Giovanni de Rensis, delineando i contorni di un delitto d'impeto e chiudendo da subito ad ogni ipotesi di omicidio preterintenzionale come invece sostenuto dalla difesa, aveva scritto «non si sta giudicando un assassino che ha agito con freddezza e pacatezza d'animo». E lo stesso giudice aveva concesso gli arresti domiciliari scrivendo: «Le esigenze cautelari possono essere garantite anche con una misura meno afflittiva».
LA CASSAZIONE. Nel dicembre del 2018, dopo il pronunciamento della Suprema Corte che aveva respinto il ricorso dei difensori, Di Silvestre era entrato nel carcere teramano di Castrogno. Secondo i legali, questo il filo conduttore del ricorso in Cassazione, il caldaista non voleva uccidere ma difendersi. Una tesi, quella portata avanti dai difensori, che puntava a far trasformare la contestazione dell’omicidio volontario in omicidio preterintenzionale facendo leva sulla l mancanza del dolo di omicidio. In carcere Di Silvestre era considerato un detenuto modello e da subito aveva iniziato ad occuparsi di lavori di manutenzione. Il legame con la sua famiglia, moglie e figli, era diventato ancora più stretto. «Era molto orgoglioso di loro» raccontano. E l’ultimo pensiero è stato per loro.
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