Zecchini: io, dimenticato dal calcio

Il tecnico del più bel Teramo mai visto non allena ormai da sette anni. «Colpa anche mia, sono un cavallo sciolto»
TERAMO. Il mondo del calcio lo ha dimenticato, per Teramo sportiva è indimenticabile. Chi ama il bel gioco non dimenticherà mai il Teramo di Luciano Zecchini che dominò il campionato di C2 nel 2001-02 e l’anno successivo sfiorò la serie B. Zecchini non allena più da sette anni e fa il pensionato a Varese, sua città d’adozione. Ascoltarlo oggi significa gettare sull’oscuro mondo del calcio la luce della saggezza antica di un personaggio che è tale proprio in quanto antipersonaggio.
Zecchini, come va? Nel calcio fa ancora qualcosa, ad esempio l’osservatore?
No, nulla. Non potendo partecipare in modo attivo non sono neanche così interessato ad andare a vedere partite, me le guardo alla televisione.
Perché è fuori da tanto?
Una motivazione vera non ce l’ho razionalmente, non mi sentivo così vecchio nè incapace. Certo sono un cavallo sciolto, non tengo in piedi determinati rapporti per un secondo fine. Poi è anche una questione generazionale, quelli che conoscevo io e conoscevano me o erano a un livello troppo alto per propormi o non c’erano più. Nel calcio basta veramente poco, un piccolo periodo di anonimato, e vai all’ultimo posto. Poi diventi una scommessa. Colpa anche mia, molte volte istintivamente ho fatto delle scelte non indovinate.
Non è il caso di Teramo, giusto?
No, quella fu una scelta indovinata, ma forse nel prosieguo avrei dovuto fare qualcos’altro. L’ambiente societario era diventato difficile, c’erano problemi evidenti. Mi sono sentito legato all’ambiente e alla società, è stato di pancia continuare altri due anni dopo il primo di C1.
Vuol dire che doveva andarsene dopo quei play off persi col Martina?
Sì, anche perché c’erano per me possibilità importanti. Ma non è un vero rimpianto, ho accettato di stare lì perché tutto l’ambiente mi portava a rimanere e a cercare altre soddisfazioni. Io sognavo di restare a Teramo senza un limite di tempo, anche se c’erano segnali di scricchiolio evidenti.
Torniamo indietro, al Zecchini calciatore. Almeno da calciatore può dire di aver avuto tanto.
Sì. Come giocatore sono stato soddisfatto e fortunato di quello che ho fatto. Non ho avuto infortuni e ho fatto un decennio di serie A.
E tre partite in nazionale. Come mai solo tre?
Non sono stato così bravo a mantenere un certo livello, quando andai in nazionale era il mio momento di massimo rendimento, poi c’è stato un adagiarsi in una situazione consolidata. Non ho più avuto quegli stimoli, ho vivacchiato ancora in serie A ma non a un livello così competitivo.
Nel calcio di oggi Zecchini giocherebbe ancora in A?
Sì, ma non per dieci anni. Oggi c’è un ricambio generazionale molto più facile e veloce, solo i fortissimi durano tanto. Peraltro il gioco a zona mi avrebbe molto favorito. Quello che mi è mancato nella seconda parte della carriera è stato lo spirito di sacrificio, perché facevo lo stopper e lo stopper era un sacrificato. Non era il tuo volere quello che facevi, era il volere di quello che marcavi. Di qui il calo mentale. Io ero nato come centrocampista, ero un giocatore poliedrico. Star lì sull’uomo per me era pesante.
I più forti attaccanti che ha marcato?
Quelli mobili e completi. Altobelli e Graziani mi hanno sempre rotto le scatole, così anche Bettega. Come impegno era molto più arduo marcare loro che marcare un Riva o un Boninsegna, che poi magari ti facevano gol lo stesso ma avevano un gioco prevedibile.
E’ stata una reazione a quel tipo di calcio che l’ha spinta ad allenare in un certo modo?
Sì, già all’epoca in cui giocavo c’era un’ammirazione pazzesca per il calcio degli olandesi o del Liverpool e non solo da parte mia, tutti avrebbero voluto giocare in quel modo. Poi è arrivato Sacchi e non si può negare che abbia dato la spinta fondamentale, il suo calcio ha affascinato e coinvolto tutti quanti. Copiarlo è diventata una moda, è vero. Ma ha marchiato gli anni a venire e il mio modello è stato lui.
Perché dopo il trauma del calcioscommesse ha deciso di restare nel calcio facendo l’allenatore?
Sono rimasto in quel mondo perché il campo verde era un posto in cui mi sentivo a casa, ho voluto provare. Del resto ho il diploma da maestro elementare, mi piace insegnare e trasmettere qualche cosa.
Il Teramo nel 2001 la scelse per quello che aveva fatto vedere con il Tempio Pausania, squadra di ragazzini che nelle stagioni precedenti aveva messo in crisi un Teramo miliardario.
Sì, anche. Era rimasto impresso cosa fossi riuscito a fare con gli avanzi degli avanzi delle altre società. Quella di Tempio era una scommessa che ti dava grande soddisfazione, in partenza non avevi niente su cui lavorare e potevi costruire, plasmare, creare. Ma ci fu anche tanta casualità, a Teramo doveva essere annunciato Favarin ma ebbe un’altra offerta, disse no e la società rimase con niente in mano. Io ero al mare, Malavolta e il ds Enrico Graziani in fretta e furia ebbero l’idea e mi chiamarono. Non ero nei programmi, era una soluzione improvvisata. Ci vedemmo a cena e ci accordammo subito.
Cosa le disse il presidente Malavolta?
Malavolta mi disse che nelle precedenti stagioni avevano sperperato e volevano fare un discorso di più basso profilo. Non mi chiese di vincere, si partiva con un ridimensionamento. All’inizio in effetti c’era una squadra fatta con tante scommesse. Poi tutto è coinciso nella maniera giusta. Myrtaj ad esempio doveva andare via, e non andò più via; giocatori come Bagalini e Terlizzi esplosero in modo imprevedibile. Le cose si consolidarono e nel prosieguo si vide quello che voi ricordate.
E poi a gennaio lei chiese e ottenne Biso.
La società non lo voleva, era uno sconosciuto, faceva la riserva a Mestre... Mi proponevano giocatori di grande passato come Criniti ma Enrico Graziani mi appoggiò e lavorò moltissimo con la società per convincerla. Ci riuscì e fu un’altra fortuna. Quel campionato lo stracciammo.
Veniamo alla stagione 2002-03. Il Teramo fece sfracelli ma mancò la B e molti ancora pensano: è stata una grande occasione mancata. Lei che dice?
In quell’annata lì sono esplosi altri giocatori. Motta e Molinari non avevano mai giocato in C1, Pepe era al primo anno. Per gran parte del campionato dimostrammo una competitività incredibile, al pari delle grandi, però l’ultima fase fu la più critica perché certi giocatori enormi come Biso e Motta erano alla frutta. C’erano anche discorsi di mercato esagerati su Motta e altri. Improvvisamente ci fu un peso eccessivo sulle spalle di certi ragazzi. Apro una parentesi: la partita dei play off di Martina non meritavamo di perderla, sul gol loro c’era un fallo clamoroso e il loro portiere fece due miracoli. Fu tutto un insieme di cose. E’ vero, magari potevamo andare in B, però avendola vista dall’interno vi dico che qualcosa è venuto a mancare. Qualche pecca l’abbiamo avuta, qualcuna anch’io.
Fu da quel play off perso che cominciò a incrinarsi qualcosa tra lei e Malavolta?
Non credo. Senza togliere nulla al ds che sostituì Graziani (Guglielmo Acri, ndr) Enrico aveva autorità e capacità di influire sul presidente più di ogni altra persona. Quando andò via si cominciò a pensare a giocatori che piacevano alla società, anche costosi, ma che non erano scelte funzionali. Il terzo anno il rapporto si incrinò e nell’ultimo diventò ingestibile. Da Ascoli arrivò gente (il riferimento è al ds Mauro Traini, ndr) che averla lì era come avere un pugnale nella schiena. E poi cominciarono problemi fortissimi dal punto di vista economico. Non poteva funzionare più niente. E’ inammissibile mandare via un allenatore che è lì da tre anni alla prima partita, vuol dire che si è rotto tutto.
Com’era Teramo? Come si trovava?
Teramo era la mia città. Era come stare a casa mia. Un ambiente ancorato alle proprie convinzioni, non così aperto al resto del mondo, ma io ci stavo bene.
Facciamo un’ipotesi irrealistica: Campitelli la chiama. Lei tornerebbe?
Ecco, detto che è irrealistica io sono disponibilissimo a qualsiasi discorso che abbia una logica, che sia fatto in una certa maniera. E’ evidente che mi siederei al tavolo, a maggior ragione perché si tratta di Teramo. E poi ci sono diversi ruoli in cui puoi trasmettere qualcosa, mica solo l’allenatore. Per esempio nessuno mi ha mai proposto un coordinamento del settore giovanile, penso sarei in grado di trasmettere qualcosa a chi allena i giovani.
Cosa pensa della vicenda Savona-Teramo?
Una cosa assurda, mi sembra davvero assurdo che il Teramo abbia avuto bisogno di quello di cui è stato accusato per vincere un campionato che avrebbe stravinto. Non metto la mano sul fuoco che la combine riconosciuta dalla giustizia sportiva ci fosse, per quello che ho passato io ho sempre il dubbio.
Il calcio in Italia è in crisi. Non ci sono più soldi, non c’è cultura della sconfitta, non si fanno crescere i giovani. Siamo ancora in tempo a cambiarlo?
Mi sembra molto difficile. Quando leggo di tifosi che stanno lì a presidiare gli allenamenti e a sgridare i giocatori come bambini mi si rizzano i peli della schiena. Non vedo alcun miglioramento, specie fuori dal campo verde. Dentro qualcosa in più c’è, ci sono allenatori come Sarri, Di Francesco e Giampaolo che stanno portando un certo tipo di calcio. Alla fine, però, il Sacro Graal del risultato fa sempre la differenza e questo ci fa restare indietro.
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