È morto Bisceglia, fece a pezzi la ex

Aveva 59 anni, era in ospedale dopo che gli era stato concesso di scontare l’ergastolo ai domiciliari perché malato
TERAMO. Aspettava la Cassazione perchè lui quel delitto lo aveva sempre negato. Di fronte a tutto e a tutti. Romano Bisceglia, 59 anni, condannato in appello all’ergastolo per aver strangolato e fatto a pezzi nel 2010 la sua ex convivente Adele Mazza di 49 anni, la notte scorsa è morto nell’hospice dell’ospedale Mazzini dove era arrivato venerdì sera da Campobasso. A lui, malato da tempo, la Corte d’appello dell’Aquila aveva concesso i domiciliari proprio per le gravissime condizioni di salute, accogliendo così l’istanza presentata dal suo avvocato Barbara Castiglione. Nell’aprile del 2013 Bisceglia era stato condannato all’ergastolo in primo grado, ma tre mesi dopo quella sentenza era stata annullata dai giudici della Corte d’appello per un vizio di forma legato alla composizione della corte d’assise teramana, in particolare alla sostituzione di un giudice popolare.
Così a settembre era iniziato il processo bis al termine del quale l’uomo era stato condannato a 30 anni perchè i giudici non avevano riconosciuto le aggravanti della crudeltà e dei motivi futili e abbietti. Una sentenza, quella bis, contro cui avevano fatto ricorso sia la difesa dell’imputato decisa a dimostrare l’innocenza del suo assistito, sia la procura (il pm Stefano Giovagnoni) pronta a chiedere il carcere a vita proprio puntando sulle due aggravanti della crudeltà e dei motivi futili e abbietti.
Perchè per la pubblica accusa Bisceglia è sempre stato l’assassino, incastrato dalla traccia del suo Dna trovato sul nastro adesivo usato per chiudere uno dei sacchi con i resti del cadavere, ma anche da decine di testimonianze, dalla corda e dai coltelli tenuti in casa, dal carrello usato per trasportare i resti e scaraventarli nella scarpata di via Franchi, dal sangue della vittima nel bagno di casa e da quello trovato su un suo scarpone, dal suo odio per Adele che aveva deciso di smettere di drogarsi e prostituirsi per ricominciare a vivere. «C’è il permanere», hanno scritto i giudici nella sentenza d’appello, «della spregevole cointeressenza patrimoniale che ha connotato il rapporto tra imputato e vittima fino al tragico epilogo, per l’intendimento del Bisceglia, attuato anche con violenza, di continuare a garantirsi rendite parassitarie ai danni della Mazza, sfruttando il suo meretricio e approfittando della sua fragilità psicologica e del mantenimento di una condizione di sottomissione nei suoi confronti». E nei tempi dei social e del rumore di fondo che arriva da Facebook sulla morte di Bisceglia, ci sono le parole di Marilena Mazza, una delle sorelle di Adele, che in un post scrive: «Io difendo mia sorella e la sua memoria».(d.p.)
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