Abruzzo

Abruzzo, estate senza stagionali per il mare. Acerbo: «Pagati troppo poco, giusto dire no»

6 Maggio 2026

La mancanza di bagnini, camerieri e cuochi negli stabilimenti balneari. Il segretario di Rifondazione comunista: «La destra vuole salari bassi»

PESCARA. «Su tutte le coste italiane gli operatori balneari lamentano di nuovo la mancanza di personale in vista della stagione estiva. Ma non era colpa del reddito di cittadinanza? Evidentemente, si trattava di una balla per creare nell’opinione pubblica un clima ostile all’istituzione, pur maldestra, di un reddito per chi è senza lavoro». Il segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, prende spunto dall’articolo pubblicato ieri sul Centro, per una riflessione sulla mancanza di manodopera negli stabilimenti balneari: non si trovano gli stagionali, assistenti bagnanti, camerieri e cuochi. «I titolari di strutture ricettive e i gestori dei lidi, come viene spiegato nell’articolo, sempre più sopperiscono alla carenza di forza lavoro facendo ricorso agli immigrati extracomunitari. Ma come?», chiede Acerbo, «non erano tutti sfaccendati che vengono qui a fare i delinquenti? Quanti datori di lavoro che votano a destra hanno alle proprie dipendenze lavoratori immigrati? Gli operatori», afferma il segretario di Rifondazione comunista, «dovrebbero domandarsi come mai tanti ragazzi e ragazze italiane preferiscono andare a lavorare all’estero: probabilmente perché vengono pagati di più. Anche rifiutarsi di passare l’estate a lavorare per basse retribuzioni e giornate lavorative lunghissime è una forma non consapevole di lotta di classe. Un tempo si chiamava “rifiuto del lavoro”: lavorare d’estate mentre gli altri se la godono è una gran rottura ed è giusto essere almeno pagati bene».

Acerbo, che ha affrontato il tema anche in un lungo post su Facebook, cita la canzone di Eddie Cochran, “Blues dell’estate”, e il canto delle mondine, celebri lavoratrici stagionali del passato, per affermare un concetto: «La cancellazione del reddito di cittadinanza da parte del governo Meloni è stata parte di una politica complessivamente volta a tenere bassi i salari. Il reddito dava fastidio perché rendeva più libere le persone di dire no a offerte di lavoro insoddisfacenti», sostiene il segretario di Rifondazione Comunista, «il governo ha cancellato il reddito, che invece andava esteso come platea, per le stesse ragioni per cui dicono no a una legge per il salario minimo a 9 o 10 euro lordi, che ormai data l’inflazione sarebbe anche poco, mentre negli altri Paesi europei il reddito e il salario minimo ci sono da decenni. Per le stesse ragioni la destra, l’anno scorso, ha invitato all’astensione al referendum della Cgil: perché la precarizzazione del lavoro è sempre stato il suo programma. Far tornare come regola i contratti a tempo indeterminato e tutelarli con l’articolo 18 avrebbe incrinato il regime dei bassi salari. Dare la cittadinanza a una parte delle lavoratrici e lavoratori stranieri che da anni vivono onestamente nel nostro Paese avrebbe ridotto la quantità di forza lavoro ricattata dal rischio di perdere il permesso di soggiorno. Il dramma dell'ultimo trentennio è stato che anche il centrosinistra ha portato avanti questa politica neoliberista di compressione salariale. I governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici che si sono alternati hanno condiviso questa tendenza con norme che hanno progressivamente indebolito il potere contrattuale della classe lavoratrice. Da inizio anni ’90 non c’è più neanche la “scala mobile”, che adeguava automaticamente i salari all’inflazione».

Acerbo prosegue: «Noi di Rifondazione abbiamo contrastato queste scelte che hanno impoverito il Paese senza nemmeno funzionare sul piano della competitività e della crescita». Infine, Acerbo cita l’articolo 36 della Costituzione per sottolineare il diritto dei lavoratori «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro».