Caso Askatasuna, parla Maurizio Acerbo: «Gli scontri di Torino sono un regalo alla Meloni e alle sue leggi repressive»

Il leader di Rifondazione comunista sull’aggressione ai due poliziotti abruzzesi: «Un boomerang che condanno, ma il governo vuole aumentare la tensione»
PESCARA. A quante manifestazioni ha partecipato nella sua vita?
«Bella domanda (ride, ndr), non saprei quantificarle».
Qualche centinaio?
«Ho perso il conto...».
A che età la prima manifestazione?
«Ero alle elementari».
Visto che ha tanta esperienza: come giudica i fatti di Torino?
«Non hanno nulla di eccezionale, se non la montatura mediatica che gli è stata data».
Le piazze le conosce bene, Maurizio Acerbo. Il segretario di Rifondazione comunista ha alle spalle quasi mezzo secolo di militanza, sempre dalla stessa parte della barricata. Alla lunga marcia in difesa del centro sociale Askatasuna che ha portato pacificamente 50mila persone nelle strade di Torino prima che il tutto deflagrasse nello scontro tra forze dell’ordine e anarchici, non c’era. Ma ci sarebbe dovuto essere. Quella era anche la sua causa. Per questo è ancora più rammaricato dagli scontri in cui i due poliziotti abruzzesi Alessandro Calista e Francesco Roselli sono rimasti feriti: «Un boomerang che ha reso un grande successo politico uno strumento a disposizione della destra».
Acerbo, perché dice che sarebbe stato un grande successo politico?
«Ha visto quante persone sono scese in piazza? Senza scontri, se tutto si fosse concluso in maniera pacifica, si parlerebbe da giorni di quale nuova casa dare ad Askatasuna».
Il video dell’aggressione al poliziotto è indubbiamente forte.
«Il video è fortissimo. Poi ovviamente è un frammento, non sappiamo cosa è successo prima né dopo, ma era chiaro che avrebbe generato un sentimento di indignazione diffusa. Purtroppo a volte succede che le manifestazioni degenerino in questo modo».
Cosa ha di particolare questa manifestazione allora?
«Sicuramente il video e la gestione mediatica del caso».
Che intende?
«Le immagini dei manifestanti con il volto insanguinato e manganellati non hanno avuto lo stesso peso mediatico per i mass media mainstream».
C’è chi ha parlato di terrorismo per descrivere gli scontri.
«Una definizione fuori dalla grazia di Dio».
Come giudica questi avvenimenti allora?
«Un danno per chi manifestava, perché hanno vanificato gli sforzi dei tantissimi manifestanti pacifici, e un assist al governo per portare avanti la sua narrazione demagogica utile alla repressione».
Si riferisce al nuovo decreto sicurezza?
«Pensi a questo: negli anni della lotta armata e degli attentati, non sono state approvate tutte le leggi che oggi vengono prodotte in scala industriale».
Cosa è cambiato rispetto ad allora?
«Mi pare evidente: oggi al governo abbiamo dei fascisti».
Secondo la maggioranza la violenza politica oggi appartiene sopratutto alla sinistra.
«Personalmente non mi preoccupano questi scontri marginali che poi sono ingigantiti dai mass media. A me sembra che il nostro Paese sia tra i più tranquilli del mondo. Basta pensare a quanto succede in Francia...».
Piantedosi ha fatto capire che la responsabilità degli scontri ricade sulla sinistra.
«Invece per me è lui il responsabile principale. La sua gestione dell’ordine pubblico è pessima. Se penso a Torino, non penso a un ministro con la testa sulle spalle ma a uno che ha lavorato per alimentare la tensione».
Il video, però, parla chiaro: sette ragazzi incappucciati contro un poliziotto solo. Cosa c’entra il governo?
«Da parte loro è stato un atto di scarsa saggezza politica. Non ci sono dubbi. Il governo c’entra nella misura in cui questa guerra ai centri sociali serve solo a polarizzare ulteriormente la nostra società».
Ai centri sociali ci torniamo dopo, prima vorrei rimanere sugli scontri. Lei conosce questi ambienti: in cosa credono quei ragazzi che hanno aggredito il poliziotto?
«Appartengono a gruppi di aree diverse, ma diciamo che possono essere definiti anarchici. Tutti hanno in comune il mito dello scontro con le forze dell’ordine. Per loro è un momento di forte espressione di un conflitto che considerano radicale».
Secondo lei è un’idea concepibile della politica?
«Nelle lotte sociali teoricamente è possibile, ma se diventa un mito a prescindere diventa qualcosa di molto negativo».
Questo mito si è rafforzato negli ultimi anni?
«Direi di no. Il fatto è che oggi abbiamo un governo più manesco nella gestione dell’ordine pubblico e quindi avvengono più scontri».
A causa delle forze dell’ordine?
«Mi pare evidente che si usi il manganello con una certa frequenza».
Il governo la vede in maniera opposta: lo scudo penale servirebbe proprio ad aiutare le forze dell’ordine a svolgere il proprio lavoro con più libertà.
«Se è per questo, Giorgia Meloni è la stessa che si schierò contro l’introduzione del reato di tortura perché diceva che limitava le capacità delle forze dell’ordine. Come se fossimo nel Cile di Pinochet».
Addirittura.
«La destra sulle forze dell’ordine difende l’indifendibile. Si è schierata contro la famiglia Cucchi quando questa chiedeva di fare chiarezza sulla morte del figlio, ucciso mentre era nelle mani dello Stato. Lo stesso è accaduto con Aldrovandi».
Mi sembra una posizione molto dura la sua.
«Loro sostanzialmente sono per l’impunità delle forze dell’ordine, qualcosa che considero offensivo nei loro stessi confronti».
Si spieghi meglio.
«La maggior parte degli agenti è rispettosa della Costituzione, no? Se ci sono dei comportamenti irrispettosi delle norme, non è offensivo dire che vadano protetti? È come se dicessimo che non bisogna arrestare i corrotti perché altrimenti si nuoce alla credibilità della politica».
Secondo il centrodestra lo scudo penale permetterebbe di difendersi da aggressioni come quelle di Torino.
«Oggi non si possono difendere? Qui si tratta di capire se crediamo che se ci sono dei comportamenti sbagliati vadano sanzionati. E vale per tutti. In uno Stato di diritto come il nostro, è questo che accade».
Scusi, però rimane il fatto che siano stati quei ragazzi ad aggredire il poliziotto.
«Un errore, un grandissimo regalo al governo su cui ho un giudizio ancora più negativo visto il momento in cui viviamo».
In che momento viviamo?
«In uno in cui sembra che tutte le toghe siano rosse, in cui i sindacati vengono accusati di criticare il governo e in cui il diritto di sciopero viene messo in discussione».
Prima ha detto che la “guerra” ai centri sociali è uno strumento per polarizzare la società. Che intendeva?
«È un tema che è passato sottotraccia, ma sia Askatasuna che il Leoncavallo, il centro sociale di Milano, sono stati sgomberati senza che l’amministrazione comunale l’abbia chiesto. Anzi, in entrambi i casi era stato avviato un percorso di normalizzazione con il Comune. Vuol dire che si è deciso di andare lì per aumentare la tensione».
Mi sembra di capire che per lei questa politica sia una sorta di “trappola” in cui è caduta la sinistra.
«Purtroppo la crisi della sinistra a cui appartengo, la sua marginalizzazione fa sì che si voglia esprimere la propria ribellione in modi primitivi che si rivelano controproducenti».
La soluzione?
«Dobbiamo recuperare una tradizione comunista-socialista che ha il suo esempio perfetto in un aneddoto del giovane Gramsci».
Racconti.
«Per reprimere gli operai torinesi lo Stato utilizzava i militari del battaglione Sassari. In quanto sardo, Gramsci fu mandato a fare propaganda tra questi militari perché parlava il loro stesso dialetto. Funzionò».
Qual è la morale?
«La storia della sinistra è la storia della lotta non contro gli apparati dello Stato, ma per la loro democratizzazione. Come vuole la nostra Costituzione».

