Delibera sul parco, sette rinvii a giudizio

L’accusa: dichiarata falsamente la presenza in giunta di D’Alfonso. Processo per l’ex presidente e per Paolucci, Pepe, Sclocco e Di Matteo
PESCARA. Sarà un giudice monocratico a stabilire la sussistenza o meno del reato di falso ideologico contestato dalla procura all'ex presidente della giunta regionale Luciano D'Alfonso, a quattro suoi assessori dell'epoca, oltre che al capo di gabinetto e all'ex segretario della presidenza, colpevoli di aver fatto figurare come presente in giunta il governatore mentre secondo l'accusa quel giorno era assente: giunta che riguardava la fase preparatoria ai lavori al Parco Villa delle Rose di Lanciano (l’ex ippodromo). Ieri il gup Gianluca Sarandrea, accogliendo la richiesta del pm Andrea Di Giovanni, ha disposto i loro rinvii a giudizio fissando per l'8 giugno la prima udienza del processo che riguarderà anche Dino Pepe, Marinella Sclocco, Silvio Paolucci e Donato Di Matteo, oltre a Fabrizio Bernardini e Claudio Ruffini. Sarà comunque un processo dove mancherà un pezzo importante per l'accusa: le telefonate intercettate sull'utenza di Ruffini, ex segretario della presidenza, con D'Alfonso e alcuni amministrativi regionali, con i quali prendeva accordi per quella seduta incriminata. Il gup ha infatti accolto l'eccezione sollevata dalla difesa dell'ex governatore (avvocati Milia e D'Alicandro), che aveva bollato come inutilizzabili quelle tre telefonate che costituivano comunque per l'accusa un pilastro. Questo perché quelle intercettazioni vennero autorizzate dal giudice dell'Aquila dove era in corso un'inchiesta su Palazzo Centi (peraltro finita in archiviazione), e dove il reato ipotizzato era quello di corruzione.
Da quell'inchiesta nacque uno stralcio per Pescara (perché Ruffini stava parlando di quella seduta di giunta) che le utilizzò per sostenere l'accusa di falso ideologico contro gli odierni imputati. Ebbene, facendo sue le motivazioni difensive, il gup ha disposto l'esclusione di quelle intercettazioni in quanto non avevano nessun collegamento con l'inchiesta pescarese. Il gup ha invece rigettato l'altra eccezione che riguardava le indagini suppletive fatte dalla procura dopo l'avviso di conclusione delle indagini e dopo che D'Alfonso si era fatto interrogare. Eccezione che troverà nuovamente spazio davanti al giudice monocratico.
Quanto al falso i legali di D'Alfonso avevano presentato una corposa memoria per spiegare che, anche a voler considerare esistente il reato, si sarebbe trattato comunque di un falso innocuo in quanto fine a se stesso. Questo perché la delibera incriminata costituiva un mero atto di intenti e non comportava alcun tipo di impegno né per la Regione né per il Comune di Lanciano. La giunta, secondo la tesi difensiva, ebbe semplicemente a riconoscere il valore strategico per il Comune di Lanciano, di un progetto e di uno studio di fattibilità avente ad oggetto la riqualificazione del parco pubblico cittadino. Delibera che non aveva funzione autorizzatoria. Dunque, davanti al giudice monocratico sarà tutto da discutere anche perché D'Alfonso, dopo il suo interrogatorio, chiese alla procura di ascoltare i due autisti che in quella giornata frenetica lo portarono in giro per l'Abruzzo e anche a Roma. E questi avrebbero confermato che D'Alfonso tornò in Regione a Pescara, anche se rimase pochi minuti. Alcuni difensori avevano chiesto al gup di dichiarare il non luogo a procedere per gli ex assessori, sul presupposto che le presenze in giunta non le registrano gli assessori, ma il segretario, e per Ruffini dopo l'esclusione delle telefonate che lo riguardavano. Ma il gup ha deciso per il rinvio a giudizio di tutti.

