Di Rupo: "Marcinelle, un monito all'integrazione"

In occasione del sessantesimo anniversario della tragedia che costò la vita a 276 minatori, di cui 136 italiani e 60 abruzzesi, saranno presenti in Abruzzo la principessa Astrid e il presidente del Partito Socialista Belga Elio Di Rupo, nato 65 anni fa a San Valentino
A sessant'anni dalla tragedia di Marcinelle (8 agosto 1956), saranno in Abruzzo per le cerimonie anche la principessa Astrid e il presidente del Partito Socialista Belga Elio Di Rupo, 65 anni, nato a San Valentino in Abruzzo Citeriore, ex premier belga e ora primo cittadino di Mons. A lui abbiamo chiesto di parlare di quella tragedia - nella quale perirono 276 minatori, di cui 136 italiani e tra questi 60 abruzzesi - attraverso la quale le parole sviluppo, lavoro e integrazione caratterizzarono l'unione degli stati europei.
Una famiglia emigrata dall’Abruzzo alle miniere del Belgio nel dopoguerra. La perdita del padre vittima di un incidente stradale, all’età di un anno. L’infanzia trascorsa nella comunità dei minatori, tra povertà, ristrettezze, e la gioia delle piccole cose. L’amore incondizionato di una madre. Il suo estremo sacrificio per affrancare i figli dalla miseria, garantendo loro l’istruzione. Lo studio, l’impegno, la carriera fulminea. Il richiamo viscerale per la politica, e il desiderio incondizionato di riscatto. L’impegno sociale osteggiato dai venti contrari di chi si opponeva all’integrazione. L’inarrestabile ascesa politica, appesantita dal cognome italiano. Il vezzo di un purpureo papillon, sfoggiato con orgoglio. Incontrando Elio Di Rupo, ci si immerge in una storia, simbolo di una riuscita integrazione, fatta di sacrifici e costosissimi compromessi. Una ascesa politica che lo ha portato a ricoprire la carica di Primo Ministro del Belgio, ed oggi Presidente del Partito Socialista e sindaco di Mons.
“Il primo ricordo che ho da bambino, risale all’età di 5 anni, quando successe la catastrofe di Marcinelle.” Era l’8 agosto 1956 quando un’esplosione nella miniera travolse 262 minatori: 136 gli italiani, 60 di loro erano abruzzesi. “Ricordo il pianto disperato delle donne, la loro attesa davanti ai cancelli del Bois du Cazier.” Vite sospese tra ciò che era e ciò che sarebbe diventato. Una catastrofe dalle dimensioni storiche inaspettate, che sconvolse l’intera comunità internazionale. “La comunità umana ha vissuto il suo momento peggiore, perché gli italiani hanno pagato con il sangue. Italiani e i belgi hanno lavorato insieme, hanno sofferto insieme, sono morti insieme. Dunque la catastrofe di Marcinelle rappresenta un simbolo molto importante. Il sacrificio dei minatori ha contribuito all’evoluzione economica, apportando un impulso alla costruzione della società europea”.
Gli incidenti nelle viscere della terra all’epoca erano frequenti, ma Marcinelle rappresentò il momento di massima drammaticità. Non era più pensabile continuare ad ignorare le condizioni di lavoro estreme alle quali i minatori erano sottoposti. Condizioni disumane. Dinnanzi alle quali per anni i governi hanno continuato a volgere lo sguardo altrove. Minatori ammassati in montacarichi, spediti nelle viscere della terra, rinchiusi come topi nelle vene di carbone, dove scendevano al sorgere del sole. Ritornando alla luce, quando la luce era ormai calata.
Gli occhi di Elio Di Rupo si tingono di incontenibile emozione quando racconta dell’amore materno. “Non avevo il padre. Quando ero con mia madre ero un bambino felice. Lei non sapeva né leggere né scrivere, ma aveva la capacità e l’intelligenza di dare amore. Nella mia famiglia c’è sempre stata una grande apertura dello spirito. Senza scuola, senza soldi, c’era una visione della società molto aperta, caratteristica che ritrovo quando torno in Abruzzo: una regione che guarda al mondo. All'età di 17 anni un professore mi disse: Di Rupo tu vali qualcosa, mettiti a lavorare! Era la prima volta che qualcuno si rivolgeva a me come ad un adulto. Da quel giorno ho iniziato a lavorare e non ho mai smesso! Iniziare come italiano figlio di immigrati non è stato facile. Ero il primo con un cognome italiano, ho conosciuto molti venti contrari, perché andavo svelto nella carriera politica. La situazione sociale che ho vissuto è stato motore inconsapevole del mio percorso: una reazione. La politica non è stata una scelta, ma una vocazione inarrestabile. E’ salita dalle viscere, dall’anima, per rispondere al desiderio di aiutare gli altri. Nella vita tutti abbiamo bisogno di avere un challenge (sfida), e non conta cosa hai fatto ieri o cosa fai oggi. Conta ciò che farai domani, dopodomani, tra un anno, tra dieci anni!”
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