E Faraone “scala” la crisi con la ricerca e i mercati esteri

30 Gennaio 2015

Tortoreto, nel 2014 +15% per l’impresa di scale ed elevatori Il segreto? Brevetti e personalizzazione. «E mai svendere»

TORTORETO. «Da noi la parola crisi non esiste». L’imprenditore di Tortoreto Piero Faraone non solo lo dice, ma mentre lo fa mostra pure con orgoglio il cartellone con cui questa frase la ricorda quotidianamente ai suoi 81 dipendenti. Solo un anno fa i suoi collaboratori (lui li chiama così) erano 70. L’azienda che porta il suo nome e che ha fondato nel 1979 da un’intuizione di disarmante semplicità, «a casa ci servivano scale di alluminio per raccogliere con meno fatica le olive nell’uliveto di famiglia nei fine settimana», nel 2014 ha raggiunto i 13 milioni di euro di fatturato, crescendo del 15% dopo un 2013 in cui la crescita era stata “solo” dell’8%.

Fondamentale per la sua azienda a conduzione familiare che oggi sorge lì dove un tempo lui stesso si arrampicava sugli olivi, in contrada Salino a Tortoreto, è stato il mercato internazionale, soprattutto nord europeo: nel 2014 l’export della Faraone Industrie spa è cresciuto quasi del 50%, suggellando il definitivo sorpasso rispetto alle vendite nel mercato italiano.

La scale e gli elevatori Faraone, del resto, li puoi incontrare in fabbriche di tutti i tipi e in magazzini di mezzo mondo, da quelli dove si assembla il treno Italo a quelli della Polizia e dell’Aeronautica Militare italiana e polacca, dagli stabilimenti coreani della Toshiba a quelli Fiat, fino alle stanze sacre dove riposano i prosciutti San Daniele e le bottiglie di Brunello di Montalcino.

Prima della crisi economica, invece, il mercato di riferimento era soprattutto quello edilizio italiano. Mentre tutto intorno è un piagnisteo, in una Val Vibrata in profondo declino industriale, Faraone la mette così: «La crisi per noi è stata una fortuna, perché ci ha costretto a ingegnarci. Abbiamo cambiato pelle e mercati di riferimento, aprendo sedi di appoggio in Spagna e Polonia e puntando sul marketing in tutto il mondo. Abbiamo abbandonato la grande distribuzione, perché guardando solo al ricavo, riserva lo stesso trattamento poco dignitoso ai suoi dipendenti come ai prodotti che vende. Contemporaneamente abbiamo deciso di ridurre al minimo la produzione in serie per puntare sull’artigianato: modifichiamo e inventiamo in base alle idee e alle esigenze dei clienti. Ma soprattutto ci siamo gettati nella ricerca e nell’ampliamento della gamma di prodotti, ottenendo otto brevetti negli anni della crisi: obiettivo raggiunto grazie all’abolizione dei dividendi e reinvestendo tutto l’utile nell’azienda. Ma la risorsa fondamentale per fare tutto questo è stata quella umana: valorizzare i collaboratori, formarli, premiare le loro idee e i loro traguardi, offrire un ambiente di lavoro sicuro e amichevole. Così abbiamo deciso di non delocalizzare e di puntare sul Made in Italy, anche se qui la burocrazia è un inferno e a Salino dobbiamo far fronte all’assenza di Adsl e perfino a una linea telefonica che con la pioggia va in tilt».

Luca Tomassoni

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