Economia, c’è un Abruzzo a due velocità: «Ma il Pil crescerà dello 0,66%»

La provincia pescarese si piazza al 12° posto con una stima dello 0,81%, uno dei dati più alti del Centro Italia, bene L’Aquila, regge Teramo. A Chieti pesa la crisi dell’auto
L’AQUILA. L’Abruzzo cresce, ma a ritmi diversi. Nel 2026 la regione viaggerà in linea con la media nazionale, con un Pil in aumento dello 0,66 per cento, ma al suo interno si allarga la forbice tra territori. Pescara si conferma la locomotiva economica, con una crescita dello 0,81 per cento, mentre Chieti, segnata dalle difficoltà del comparto automotive, resta il fanalino di coda fermandosi allo 0,55. In mezzo, L’Aquila e Teramo avanzano a passo più lento rispetto a Pescara. A livello nazionale, secondo le previsioni dell’Ufficio studi Cgia di Mestre, il 2026 si apre con un Pil che supererà i 2.300 miliardi di euro, ma con una crescita reale limitata allo 0,7 per cento, frenata dal rallentamento degli investimenti e dalla progressiva uscita di scena del Pnrr. A guidare la crescita sarà l’Emilia-Romagna (+0,86%) – che “strappa” il primato al Veneto – seguita dal Lazio (+0,78), mentre in coda restano Calabria (+0,24), Basilicata (+0,25) e Sicilia (+0,28). Il Mezzogiorno, nel suo complesso, crescerà meno della media nazionale (+0,51), mentre il Centro viaggia poco sopra (+0,68). L’Abruzzo, in questo quadro, si colloca al 9° posto, esattamente sulla linea di galleggiamento dell’economia italiana.
DATI PER PROVINCIA
Pescara guida la classifica delle province abruzzesi. Nel 2026 il Pil è previsto in crescita dello 0,81 per cento, uno dei dati più alti del Centro Italia, che colloca il territorio al 12° posto su 107 province. Pescara cresce più della media regionale e nazionale, confermando il ruolo di polo economico e dei servizi, capace di intercettare dinamiche più vivaci rispetto al resto della regione. Segue L’Aquila, con una crescita stimata dello 0,72 per cento, leggermente sopra la media italiana. Il capoluogo regionale si colloca a metà dell’alta classifica nazionale (29° posto), beneficiando ancora degli effetti della ricostruzione e della spesa pubblica, ma senza accelerazioni tali da avvicinarla ai territori più dinamici del Nord. Più indietro Teramo, che nel 2026 crescerà dello 0,59 per cento. Un dato inferiore alla media regionale e nazionale, che relega la provincia al 56° posto in Italia. Nonostante un buon recupero nel periodo post-2019, il ritmo di crescita appare più lento e segnala una difficoltà strutturale nel rafforzare la base produttiva. Chiude la classifica regionale Chieti, segnata dalle difficoltà del comparto automotive, con un incremento del Pil limitato allo 0,55 per cento. È la provincia abruzzese che crescerà meno nel 2026, posizionandosi al 64° posto nazionale. Un risultato che pesa anche sul dato complessivo regionale e che riflette una maggiore fragilità del tessuto economico.
FINE DEL PNRR
Con la scadenza dell’impiego delle risorse del Pnrr fissata per l’estate, il Paese si prepara ad affrontare un passaggio cruciale. Senza più il traino degli investimenti europei, il rischio è un ritorno alla stagnazione economica. Non si tratta di una crisi congiunturale isolata: l’Italia, al pari di Francia e Germania, fatica da anni a consolidare una crescita strutturale solida. «Al netto della parentesi pandemica» spiega l’ufficio studi della Cgia «la crescita italiana è rimasta costantemente inferiore alla media europea, a causa di criticità storiche come la bassa produttività, l’inefficienza della pubblica amministrazione e il sottoinvestimento nel capitale umano». Tuttavia, se la guerra tra Russia e Ucraina dovesse terminare a breve, e la crisi mediorientale trovasse una soluzione di pace duratura, si aprirebbe una fase nuova per l’economia globale, con ricadute potenzialmente positive anche per l’Italia, sempre per la Cgia. Non si tratterebbe soltanto di un beneficio geopolitico, ma di un cambiamento delle condizioni macroeconomiche che oggi pesano su crescita, inflazione e finanza pubblica. In un contesto più stabile, spiega Cgia, la fiducia degli investitori tornerebbe, «favorendo la riallocazione dei capitali verso settori produttivi, infrastrutture e innovazione». Per l’Italia si tratterebbe di un’opportunità strategica: rafforzare crescita e occupazione, a patto di accompagnare lo slancio con riforme mirate. Priorità assoluta: snellire la burocrazia e alleggerire la pressione fiscale sulle imprese. Solo così si potrà trasformare la ripresa in crescita duratura.
SITUAZIONE NAZIONALE
Nel 2025 il Veneto era stato il principale motore di crescita del Paese, con un incremento del +0,66% rispetto all’anno precedente. Ma per l’anno in corso, le previsioni indicano un cambio di passo: sarà l’Emilia-Romagna a trainare lo sviluppo economico italiano, con una crescita stimata del +0,86%. Subito dietro troviamo il Lazio (+0,78%), il Piemonte (+0,74%) e a pari merito il Friuli Venezia Giulia e la Lombardia (entrambe a +0,73%). In fondo alla classifica si collocano la Sicilia (+0,28%), la Basilicata (+0,25%) e, fanalino di coda, la Calabria con appena il +0,24%. Il primato dell’Emilia-Romagna è legato alla solidità di comparti chiave come la metalmeccanica, l’automotive e le biotecnologie. A questo si aggiunge un mercato del lavoro dinamico, investimenti pubblici ben indirizzati e strategie efficaci su innovazione ed export. Tutti fattori che stanno ponendo le basi per una crescita destinata a consolidarsi anche nel medio-lungo termine, sostiene la Cgia di Mestre.

